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Identità, rituale e vuoto nel cuore di Siena
di Pierluigi Piccini
I. La domanda che fa male
C’è una domanda che gira intorno a Siena da almeno vent’anni, e che nessuno formula mai con precisione perché formularla fa troppo male: Siena esiste ancora come soggetto collettivo? Non come città, naturalmente — le pietre ci sono, il Campo è lì, le contrade resistono. Ma come comunità capace di agire su se stessa, di produrre un’idea di sé che non sia nostalgica o difensiva, di proiettare un futuro che non sia la replica di un passato già consumato?
La risposta che provo a sviluppare qui è che il soggetto collettivo senese ha perduto la capacità di riconoscersi. Non è morto — è qualcosa di più insidioso: si è sfilacciato lentamente, seguendo la parabola di quella che era la sua spina dorsale istituzionale, il Monte dei Paschi, e con essa l’intera costellazione di istituzioni, pratiche e narrazioni che tenevano insieme la città come agente di se stessa. Ciò che rimane, nei comportamenti collettivi, è la traccia di questo sfilacciamento: una città che reagisce invece di agire, che si affretta a legittimare ciò che viene dall’esterno invece di negoziarlo, che ha smesso di trasmettere ai propri figli il senso di appartenere a qualcosa che valga la pena difendere e rinnovare. Il Palio come rifugio. La contrada come ultima trincea. E, per chi non ha nemmeno quella, le chat.
II. Il dispositivo perduto — e i suoi limiti
Per capire cosa è andato perduto bisogna capire cosa era il Monte — non la banca, ma il Monte come dispositivo politico-antropologico. Per secoli la più antica banca del mondo non ha funzionato solo come istituto di credito: ha funzionato come meccanismo attraverso cui Siena si narrava a se stessa. La Fondazione, nella sua forma moderna, era il luogo dove il ceto medio cittadino — commercianti, professionisti, insegnanti, impiegati, artigiani — si riconosceva non come soggetto subalterno al capitale esterno, ma come co-titolare di qualcosa. La filantopia non era generosità: era il modo in cui la città esercitava una sovranità simbolica su se stessa. Il Monte finanziava ospedali, università, cultura, e in questo modo rendeva visibile la città come agente — come qualcuno che decide, che distribuisce, che ha un progetto.
Bisogna però dirlo con onestà: questo soggetto collettivo non è mai stato idilliaco. La filantopia del Monte era anche potere oligarchico — una ristretta classe dirigente che gestiva il bene comune in nome di tutti, non sempre con tutti. Il ceto medio senese era più spesso cliente di quel sistema che co-titolare in senso pieno. Le faglie erano reali: tra città e provincia, tra contradaioli integrati e abitanti esclusi dal sistema delle diciassette, tra chi aveva accesso alle reti del Monte e chi ne era ai margini. Riconoscerlo non indebolisce la tesi — la rende più onesta. Perché ciò che si è perduto non era una comunità perfetta: era un sistema imperfetto ma funzionante di mediazione tra individuo e città, tra interesse privato e progetto collettivo. E anche un sistema imperfetto, quando crolla, lascia un vuoto che non si colma da solo.
Questo è ciò che è venuto meno. Non semplicemente dei soldi, non semplicemente dei posti di lavoro — sebbene entrambe le perdite siano state devastanti. È venuto meno il registro attraverso cui la città si rappresentava come capace di autodeterminarsi. E quando un soggetto collettivo perde questo registro, non si limita a impoverirsi: subisce una mutazione profonda nel modo in cui percepisce se stesso e il proprio rapporto con l’esterno.
III. La fretta come sintomo e come simulacro
La fretta con cui settori significativi della città si sono affrettati a legittimare Lovaglio — mentre è in corso un’indagine giudiziaria — non è semplicemente opportunismo. Sarebbe troppo facile liquidarla così, e sarebbe anche ingiusto verso persone che hanno ragioni comprensibili. È qualcosa di più rivelatore, e di più complesso: è insieme il riflesso di una comunità che ha perduto la capacità di aspettare, e il sintomo di una falsa coscienza collettiva che ha bisogno di raccontarsi che la crisi è finita.
Va detto che una lettura alternativa è possibile e va presa sul serio: forse la banca si sta effettivamente stabilizzando, forse il pragmatismo di chi ha scelto di non fare opposizione sistematica è razionale oltre che comprensibile, forse la ratifica non è solo illusione ma anche ragionevole adattamento a condizioni date. Non è questa la lettura che condivido, ma è una lettura che esiste e che merita di essere nominata prima di essere discussa.
Ciò che la fretta rivela, però, va al di là della valutazione su Lovaglio. Legittimare rapidamente serve anche a qualcos’altro: a raccontarsi che la crisi è chiusa, che il Monte è tornato a essere quello che era, che Siena ha ritrovato il suo posto nel mondo. È la produzione attiva di un’illusione consolatoria — il presente che si traveste da passato, la dipendenza che si racconta come ritrovata centralità, la ratifica che diventa nell’immaginario collettivo un atto di forza. Un simulacro, nel senso preciso che Baudrillard dava alla parola: non la copia di qualcosa di reale, ma la rappresentazione di qualcosa che non esiste più, che occupa il posto del reale senza che nessuno lo dichiari apertamente. La città si racconta di essere tornata grande. Ma tornare grandi non si racconta: si fa. E il fatto che ci sia bisogno di raccontarselo è già la prova che non è accaduto.
È falsa coscienza nel senso classico del termine — non menzogna deliberata, ma incapacità strutturale di vedere la propria condizione reale perché vederla sarebbe insopportabile. Una comunità che ha interiorizzato la perdita al punto da non riuscire più a nominarla, e che trasforma ogni piccolo segnale esterno di attenzione in prova di una rinascita che non c’è. Non avere più gli strumenti per resistere è una condizione che, se dura abbastanza, diventa cultura: si smette di cercarli, si smette persino di ricordare che esistevano. E al loro posto si installa il simulacro — l’immagine di una grandezza che si consuma nell’atto stesso di essere evocata.
Questo scivolamento è tragico non perché produca cattiveria, ma perché produce acquiescenza. E l’acquiescenza, quando si stabilisce come abitudine collettiva e si ammanta di ottimismo, è la forma più difficile da combattere — perché non si presenta come resa, ma come saggezza.
IV. Una costellazione simbolica che ammutolisce
Siena non è solo il Palio. Ridurla al Palio — anche in un ragionamento critico — è già una forma inconsapevole di provincializzazione, un cedimento alla semplificazione turistica che la città subisce dall’esterno e che troppo spesso interiorizza dall’interno.
Il simbolico senese è una costellazione densa e stratificata. C’è l’università — il cui rapporto con la città è sempre stato complesso, mai davvero risolto, ma che ha rappresentato per secoli un dispositivo di produzione di senso e di circolazione di intelligenza, capace di innervare la vita civile con una presenza intellettuale continuativa. C’è la tradizione musicale, e qui bisogna nominare con il peso che merita Franco Caroni — il Franci — che a Siena Jazz ha dato non solo un’istituzione ma una visione: portare il jazz in una città medievale toscana quando non era affatto scontato, costruire una scuola che ha formato generazioni, dimostrare che Siena poteva parlare al mondo attraverso un linguaggio che non era il suo per nascita ma che aveva scelto con intelligenza e passione. Accanto a lui, e in un registro diverso, l’Accademia Chigiana — l’istituzione aristocratica, la musica classica, il prestigio internazionale costruito dall’alto, un altro modo in cui questa città piccola ha saputo essere grande. C’è una tradizione civica che affonda nelle radici del Comune medievale, nel Buon Governo di Lorenzetti, in una concezione della res publica che è stata pensata e dipinta prima ancora che scritta — e che ha lasciato nella forma urbana, nelle istituzioni, nel carattere stesso dei SENESI una traccia che non è ornamentale ma costitutiva. C’è il Santa Maria della Scala — che non è un museo, o non dovrebbe esserlo, ma è la memoria materiale di una città che per secoli si è presa cura dei propri abitanti, che ha inventato forme di welfare prima che la parola esistesse. C’è una tradizione di artigianato, di manifattura, di sapere incorporato nei mestieri — il cuoio, l’oreficeria, la ceramica, la lavorazione del ferro — che la modernità ha distrutto senza sostituire con niente che abbia la stessa densità di senso.
Tutto questo è simbolico senese. E tutto questo è in crisi di trasmissione — non solo il Palio.
Anzi, il Palio resiste meglio degli altri proprio perché ha una struttura istituzionale propria, autosufficiente, capace di riprodursi indipendentemente dalla salute generale della città. Le contrade hanno i loro bilanci, le loro sedi, le loro cerimonie, i loro archivi. Sono istituzioni robuste, radicate nel corpo fisico della città, capaci di sopravvivere a quasi tutto. Gli altri dispositivi simbolici senesi — la Chigiana, Siena Jazz, l’università come presidio civico, la tradizione artigiana, la memoria del Buon Governo come modello politico praticabile — dipendono invece da condizioni esterne che si sono deteriorate: finanziamenti, classe dirigente, progettualità pubblica, volontà collettiva di investire nel proprio futuro. E sono proprio questi dispositivi — quelli che non hanno la robustezza autoriproduttiva della contrada — ad essere entrati in crisi prima e più profondamente.
La crisi non è dunque la crisi del Palio. È la crisi dell’intera costellazione simbolica che circondava il Palio, lo sosteneva, lo rendeva parte di un sistema di senso più ampio. Quando quella costellazione si spegne stella per stella, il Palio resta — splendido e sempre più solo. Un rituale senza città intorno.
(Continua)





