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C’è un dato nel Rapporto Povertà 2025 della Caritas Diocesana di Siena che vale più di qualsiasi analisi astratta: gli over 65 che si rivolgono agli sportelli Caritas sono aumentati del 20% rispetto all’anno precedente. Non è una statistica marginale. È la fotografia di una trasformazione strutturale del modo in cui invecchia una città che ha creduto, per decenni, di potersi permettere il lusso di non guardare in faccia questa realtà.
Il welfare state italiano è stato costruito su un patto implicito tra generazioni: i lavoratori versavano contributi, i pensionati ricevevano un reddito che bastava non soltanto a sopravvivere, ma a sostenere figli, nipoti, reti familiari. Quel patto si è incrinato, e il Rapporto Caritas ne misura le conseguenze con la freddezza impietosa dei numeri. Ventunomila novecento pasti alla mensa di San Girolamo in un anno. Millequattrocentoquaranta pacchi viveri. Centocinquanta famiglie in sostegno stabile. Dodicimila e quattrocentoquarantuno accessi totali ai servizi, con un incremento annuale del 32%.
Don Vittorio Giglio, direttore della Caritas Diocesana, formula una diagnosi che merita di essere presa sul serio in tutta la sua portata: “La pensione non salva più dalla miseria.” Non è una provocazione retorica. È l’enunciazione di un fatto sociologicamente preciso.
La pensione era stata pensata come soglia di uscita dalla vulnerabilità economica, come certificato di sicurezza acquisita. Oggi, per una quota crescente di anziani, è diventata invece la misura esatta dell’impoverimento: un reddito fisso in un sistema di prezzi che cresce, in un mercato degli affitti che non conosce tregua, in un sistema di cure formali e informali che diventa ogni anno meno accessibile.
Ciò che Giglio chiama “lavoratori poveri” — quel 30% degli utenti Caritas che ha un lavoro e tuttavia chiede aiuto — è il sintomo più inquietante di questa deriva. La povertà si è sganciata dall’assenza di reddito. Si è ancorata all’insufficienza del reddito rispetto al costo della vita. È una povertà relazionale e strutturale, non congiunturale. Non la risolve il mercato del lavoro da solo. Non la risolve la pensione da sola.
C’è un’ambiguità produttiva nel titolo di questo rapporto. “Gli anziani sempre più poveri” può essere letto in due direzioni: gli anziani che già esistevano diventano più poveri, oppure la povertà stessa si sposta verso le fasce d’età più alte. Entrambe le letture sono vere, e la loro sovrapposizione produce un effetto di compressione demografica della vulnerabilità che non ha precedenti nella storia recente.
L’età media dei beneficiari Caritas è salita a 50,9 anni. Un quinto ha più di 65 anni. Questo dato va letto insieme a un altro: la maggioranza degli utenti è ancora di origine straniera (60,9%), ma la quota di italiani è cresciuta fino al 39,1%. Significa che si sta esaurendo quella riserva di resilienza economica che le famiglie italiane avevano costruito nel secondo Novecento — i risparmi, la casa di proprietà, le reti parentali. Quando quella riserva si consuma, emerge la vulnerabilità strutturale sottostante.
Zygmunt Bauman avrebbe detto che stiamo assistendo alla liquefazione degli ultimi argini solidi. Hartmut Rosa direbbe che l’accelerazione dei ritmi economici ha reso obsolete le strategie di sicurezza che le generazioni precedenti avevano elaborato in un tempo più lento. Entrambi avrebbero ragione. Ma nessuno dei due ci direbbe cosa fare, qui, adesso, a Siena.
Il cardinale Lojudice ha evocato la “storia particolare” di Siena, la sua identità legata a realtà che hanno sostenuto economicamente la comunità. È un richiamo pertinente, ma va declinato senza nostalgia. La Siena che reggeva famiglie intere attraverso il Monte dei Paschi, attraverso le istituzioni bancarie e assistenziali, attraverso un tessuto di mediazione sociale capillare, è una Siena che non c’è più o che si sta trasformando in modo non ancora compiutamente intelligibile.
L’assessore Micaela Papi ha detto qualcosa di importante: la povertà “non riguarda più soltanto situazioni di marginalità estrema, ma coinvolge anche le famiglie normali”. Questa frase dovrebbe essere letta e riletta. Perché se la povertà diventa normale — se cioè lambisce non i margini ma il centro della struttura sociale — allora smette di essere un problema di politiche assistenziali e diventa un problema di progettazione della città intera.
Cosa significa progettare una città che invecchia e si impoverisce contemporaneamente? Significa innanzitutto smettere di trattare la povertà anziana come emergenza e iniziare a trattarla come condizione strutturale su cui costruire politiche abitative, sanitarie, culturali. Significa interrogarsi sul rapporto tra le rendite immobiliari e la capacità delle famiglie a reddito fisso di rimanere nelle proprie case. Significa pensare il welfare non come rete di salvataggio per chi cade, ma come architettura preventiva per chi rischia di cadere.
Il Rapporto Caritas 2025 non è un documento pietistico. È un documento politico nel senso più alto del termine: misura lo scarto tra ciò che una comunità dichiara di essere e ciò che effettivamente produce. Quel 15% della popolazione senese a rischio povertà ed esclusione sociale di cui parlano i dati toscani non è una percentuale astratta. Sono persone con una storia, con una casa o senza, con una pensione che non basta, con un lavoro che non basta.
La domanda che questo rapporto lascia aperta non è soltanto quante risorse destinare alla Caritas o quanti pasti garantire alla mensa di San Girolamo. La domanda è più radicale: che tipo di città vogliamo essere quando la crescita non è più una risposta sufficiente e la solidarietà non è più soltanto una virtù privata ma una necessità pubblica?
A quella domanda, i numeri non rispondono. Ma senza i numeri, nessuna risposta è onesta.





