
Gli attrezzi del secolo scorso
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Thinkin Bout You
31 Maggio 2026SPETTATORI PER UNA SETTIMANA
NUOVO CINEMA MANCUSO
Quel lutto da fine stagione Ogni volta un addio. Ogni volta amori che finiscono. Non quelli tra i personaggi delle serie. Quelli che noi proviamo per loro. Pur sapendo che sono usciti dalla fantasia di uno o più showrunner: computer e stampante, poi il più è fatto. Magari uno storyboard, come faceva Alfred Hitchcock – così dettagliati che (secondo lui) chiunque li avrebbe potuti girare. Professionisti che conoscono tutti i trucchi per tenerci attaccati allo schermo, e li mettono in atto senza pietà. Per fortuna, potremmo dire: non sono più fastidiose le serie che un finale non ce l’hanno, e fino all’ultimo fingono? Domandona: come superare il lutto e passare ad altro?
I francesi, che hanno un gusto per la saggistica di cui finora non sentivamo il bisogno, hanno affidato la delicata situazione a uno psicoanalista. Il dottor Emile Guibert, che ha appena pubblicato il libro “Tout est une question de caractère” (edizioni Favre). Dove “caractère” va inteso come “personaggio”, e spiega così il malessere dello spettatore: “Non perdiamo soltanto una trama. Perdiamo un mondo, personaggi familiari, spesso un appuntamento settimanale” – vale per le serie diffuse alla vecchia maniera, che sta tornando. Il binge watching non regala i piaceri che promette, è solo ingordigia.
La difficoltà di staccarsi da una serie che abbiamo amato significa che la fiction ha svolto il suo compito: ha coinvolto la nostra sensibilità e il nostro immaginario. Prosegue il dottor Guibert: “Certi personaggi ricordano un’epoca. Ci fanno ridere, piangere, a volte le due cose insieme. Con qualche personaggio ci identifichiamo. Su altri, più lontani da noi, proiettiamo le nostre paure e i nostri desideri. Ecco perché quando finiscono siamo dispiaciuti: si chiude uno spazio dove potevamo, in sicurezza, sperimentare altre versioni di noi”.
Continua lo psicologo delle serie (e delle narrazioni tutte, lo stupore è che non se ne sia accorto): “Vale anche per i personaggi che detestiamo. E lo facciamo con grande piacere”. Diceva un lancio della vecchia Hollywood: “L’uomo che amerete odiare” – sapevano già tutto, e neanche si davano tante arie. Sapevano che la fiction era necessaria, che i cattivi la rendono più saporita e fanno battere il cuore.
Seguono le testimonianze, delle lettrici perché l’articolo era pubblicato su Elle, edizione francese. Julie, appassionata della serie carceraria “Orange is the New Black”, guardava l’episodio e il giorno dopo lo commentava con le colleghe. Era uno dei primi titoli a far questo effetto. Ora che la visione è spezzettata, dato l’enorme numero di serie che abbiamo a disposizione, il gusto un po’ si perde. Resta il dolore del lutto. Ognuno ha la sua cura: chi un nuovo amore, chi un periodo di riflessione.
TUNER: L’ACCORDATORE
di Daniel Roher, con Leo Woodall, Dustin Hoffman e Tovah Feldshuh
Un furgoncino scassato. Un giovanotto e un uomo con i capelli bianchi girano per Manhattan, diretti a casa dei clienti che hanno un pianoforte da accordare. Sono Niki White, il giovane attore londinese Leo Woodall visto in “Norimberga” e soprattutto nella miniserie “Vladimir” di Shari Springer Berman e Robert Pulcini, dove colpiva il cuore e i sensi di Rachel Weisz. E Dustin Hoffman, che racconta a ruota libera questioni di tonni (“non mangio mai quelli grossi”) e di mercurio. Inizio brillante per una storia non sempre allegra. Il giovanotto era un bambino prodigio con l’orecchio assoluto, avviato a una brillante carriera di pianista interrotta dall’iperacusia – condizione che fa diventare intollerabili i rumori forti. Ha sempre i tappi nelle orecchie, e nei casi peggiori le cuffie. Lavora a New York come accordatore di pianoforti, assieme al maestro Dustin Hoffman che lo ha avviato al mestiere. Tanto vanitoso da aver messo un se stesso in plastica sul cruscotto, con altri ninnoli. Ora ha l’apparecchio acustico, oltre a una serie di altre mancanze. Dimentica la combinazione della cassaforte casalinga, a nulla serve provare un’altra serie di ricorrenze – l’ originale era la data del matrimonio. Quindi Niki se la porta a casa, segue le istruzioni su internet, e grazie all’udito prodigioso riesce nell’impresa. Il secondo lavoro tornerà utile nei momenti di difficoltà: i ricchi, se manca qualcosa, incolpano la servitù.
HEN – STORIA DI UNA GALLINA
di György Pálfi, con 7 galline nere che si alternano nel ruolo di Hen
NO GOOD MEN
di Shahrbanoo Sadat, con Anwar Hashimi, Liam Hussaini, Torkan Omari, Fatima Hassani
Era il film d’apertura alla scorsa Berlinale, 12 febbraio 2026. Racconta Naru, unica camerawoman in una tv di Kabul. Una trentenne convinta che in Afghanistan non ci siano uomini buoni e onesti. Ha 30 anni, operatrice di ripresa a Kabul prima del ritorno dei talebana del 2021: c’era abbastanza democrazia per consentire alle donne di andare al ristorante con un uomo che non fosse un parente stretto. Naru si sente intrappolata nel matrimonio – il marito è infedele, ma lei non vuol correre il rischio di divorziare, potrebbe perdere la custodia del figlio. Lui la accusa, in una trasmissione tv. Lei interrompe la trasmissione, correndo qualche rischio: per il posto di lavoro e la trasmissione che ha curato fino a quel momento. Puntuale arriva il declassamento. Comincia a lavorare con il collega Qodrat, un reporter cinquantenne. Già sposato. Ma continuano a vedersi, Naru comincia a cambiare idea, sul fatto che in Iran non esistono uomini buoni. La coproduzione, prima di arrivare a Berlino è passata di festival in festival, reparto finanziamenti. Un po’ di soldi sono arrivati dal Venice Gap Financing Market, dal Göteborg film Festival, e accolta a Cannes, tra giovani talenti accolti a Cannes. Una romantic comedy afgana, scrive Variety. E nessuno ci voleva credere, prima. Una foto mostra i piccioncini seduti a tavola, dietro di loro un enorme acquario. I titoli di testa scorrono su una fioritura di cactus, coloratissima.
IL SILENZIO DEGLI ALTRI
di Eva Libertad, con Miriam Garlo, Álvaro Cervantes ed Elena Irureta
Era l’apertura della Berlinale numero 75. La Berlinale numero 76 – quella di quest’anno – si è aperta con l’iraniano “No Good Men” (vedi articolo a fianco). Bisogna ricordarlo, al netto di tutti i discorsi presenti e futuri sulla necessità e la rilevanza di questi film. Un po’ di realismo comunque non fa male, mica possiamo vivere soltanto di Mandalorian e Grogu. “Il silenzio degli altri” racconta una coppia, lei sorda – è il titolo scelto dalla regista, “Sorda”, qui addolcito e cambiato di segno – e lui no. Agli amici in visita viene comunicata la lieta novità – “sono incinta” – e subito dopo cominciano i dubbi. Il figlio, o la figlia, che nascerà avrà preso dalla madre o dal padre? Sentirà oppure non sentirà? Come faranno a capirsi e a comunicare, già è difficile con i neonati capire perché strillano. Miriam Garlo, sorella della regista e attrice non udente, che dà forza e ricchezza al personaggio con la propria maternità. Va aggiunto inoltre che per capire se la piccola appena nata è sorda bisognerà aspettare qualche mese. All’origine, c’era il cortometraggio “Sorda”, poi sviluppato in questo film. Oltre al rapporto madre-figlia, si aggiungono qui le reazioni degli amici e dei genitori. Al centro, la scena del parto: si sentono solo le voci di medici e infermieri, il marito fa da interprete finché si decide per il cesareo. Poi bisogna solo aspettare. Angela torna a lavorare al tornio, fa la vasaia.





