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Bruciano i libri di Erri De Luca, contestano Francesco De Gregori per una frase. Ma difenderli fingendo che l’arte sia soltanto emozione è un errore grande quanto darle fuoco. E gli inquisitori, dal Palalido di ieri al rogo di oggi, cambiano soltanto il colore della toga.
Bruciano i libri. Non è una metafora: in questi giorni si fotografano cassonetti colmi di romanzi, si accendono falò di dischi, si giura solennemente di non leggere e non ascoltare mai più. Tutto questo si abbatte su due fra gli artisti più amati di questo Paese, colpevoli non di un’opera ma di una frase. Erri De Luca, in un’intervista a un quotidiano israeliano poi rilanciata da noi, ha detto di considerarsi sionista e di non ritenere che a Gaza sia tecnicamente in corso un genocidio. Poche ore dopo Francesco De Gregori si è detto imbarazzato dall’attacco politico, sistematico ed esplicito, che Bruce Springsteen rivolge a Trump da ogni palco, e ha aggiunto che un artista non dovrebbe fare politica in maniera così frontale. Posizioni espresse senza insultare nessuno. Io non ne condivido una virgola, né dell’una né dell’altra. Eppure la questione, come quasi sempre accade, è un’altra.
Si confondono infatti tre cose che andrebbero tenute distinte come le dita di una mano. Le frasi di De Luca sono affermazioni di contenuto: possono essere vere o false, e pesano moralmente. Quella di De Gregori è di secondo grado, non dice nulla sul mondo ma su ciò che l’artista dovrebbe fare. E poi c’è una terza cosa, che non riguarda né l’una né l’altra tesi: il diritto di pronunciarle. Chi impasta i tre piani è già dentro la logica della canea, e crede di combattere un’idea mentre si limita ad accendere un fiammifero.
Sul merito di Gaza dirò soltanto questo, perché è terreno minato e non spetta a me emettere sentenze. La mossa con cui De Luca distingue il genocidio “etnico” dalla strage “territoriale” non è grammatica neutra: è una delle letture in campo. La Convenzione del 1948 definisce il genocidio attraverso l’intento di distruggere un gruppo “come tale”, e se quella soglia sia raggiunta è esattamente l’oggetto del contendere fra Stati, studiosi e Corte dell’Aja. La parola è un campo di battaglia, non un termometro. De Luca sceglie una sponda e la spaccia per definizione: lì, semmai, sta ciò che è criticabile — non nell’aver parlato.
Ma è sulla difesa che voglio fermarmi, perché la difesa più comoda è anche la più sbagliata. Si sente ripetere che l’arte ha un solo fine, commuovere, e che dunque le idee di chi la fa non c’entrano nulla col valore dell’opera: che il pittore fosse un assassino non toglie nulla alla sua luce, dunque si separi l’uomo dall’opera e amen. È estetismo allo stato puro, ed è falso nel suo cuore. L’arte non è mai innocente: porta dentro di sé un contenuto di conoscenza, lavora sulle coscienze, sta dentro la lotta per il senso del mondo. L’analogia che assolve — il chirurgo, l’idraulico, il cui mestiere prescinde dalle opinioni — è falsa proprio nel suo punto delicato: la perizia del chirurgo è indipendente dalle sue idee perché il bisturi non traffica in senso. L’opera, sì. E il caso di De Luca è il più imbarazzante per chi vuole assolverla dichiarandola inoffensiva, perché De Luca è uno scrittore militante, processato per le sue parole sul No-TAV, la cui pagina è interamente attraversata da una visione etico-politica. Non può invocare l’esenzione dell’idraulico: l’idraulico non ti chiede di commuoverti per la sua visione del mondo, lo scrittore sì.
E veniamo a De Gregori, che è il caso più sottile e quello dove il giudizio sbrigativo prende la cantonata più grossa. Tutti hanno udito un invito al silenzio, un qualunquismo da borghese stanco. È una lettura pigra. Dietro quella frase c’è una tesi precisa e antica sul modo in cui l’arte è politica: l’opera che si fa megafono di una tesi si degrada a propaganda e perde esattamente ciò che la rendeva pericolosa, cioè la forma. La politica vera dell’arte non sta nello slogan, sta nell’obliquo, nell’ambiguo che lascia libero chi ascolta. «Generale» disfa la guerra più di mille cori espliciti, e proprio perché non grida “no alla guerra”: ti mette in bocca al soldato, ti fa sentire il freddo e la nostalgia, e ti lascia solo a tirare la conclusione. Springsteen che a ogni concerto scandisce il nome di Trump è, per De Gregori, il comiziante che prende il posto del poeta.
E c’è qualcosa che a chi quegli anni li ha attraversati non sfuggirà: il processo, De Gregori, lo ha subìto per primo. Palalido, Milano, 1976: militanti del movimento gli interrompono il concerto e lo mettono sotto “processo proletario” — la coerenza fra i versi e il prezzo del biglietto, il sospetto del falso rivoluzionario che lucra sui temi della lotta. Ne uscì ferito, e quella ferita ha disegnato tutto il suo rapporto successivo con l’impegno. L’uomo che oggi dice a Springsteen «non così esplicito» è lo stesso che gli zelatori dell’esplicito misero alla gogna mezzo secolo fa. Non è viltà: è una cicatrice. E corre una simmetria quasi insopportabile fra il De Gregori processato nel ’76 e il De Luca bruciato in effigie nel 2026: gli stessi inquisitori, lo stesso reato d’opinione, soltanto la toga cambiata di colore.
Eppure — e resto fedele al mio non condividere nessuno dei due — la reticenza è una scelta, e le scelte si pagano. Chi possiede una tribuna ha anche il dovere di usarla quando serve: in certi momenti l’esplicitezza è responsabilità civile, non resa. Springsteen che fa il nome di Trump non tradisce l’arte, spende il capitale che ha accumulato nell’ora in cui conta. E la nobiltà dell’obliquo, in un clima avvelenato, rischia di scivolare nella rassegnazione che fa il gioco di chi comanda, perché il privilegio dell’ambiguità appartiene a chi non sta sotto le bombe. Del resto anche dire «l’arte resti fuori» non è un suolo neutro: è già, esso stesso, una scelta di campo.
Quanto al rogo in sé, è il vero scandalo. È il branco digitale, la tempesta d’indignazione senza volto, la perdita di quella distanza e di quel rispetto che reggono ogni civiltà del discorso. Ci si lamenta dell’algoritmo che sceglie per noi e dei venti secondi di attenzione concessi a ogni cosa, senza accorgersi che è proprio quell’attenzione espropriata, quel sapere ridotto a frammento, a rendere possibile il falò. L’incontro con un’opera dovrebbe trasformare chi la riceve; qui viene invece consumato e bruciato in fretta, come i libri nei cassonetti.
Dove atterro, allora. Il boicottaggio è indifendibile, su questo non transigo. Ma la difesa che assolve l’opera dichiarandola innocua lo è quasi altrettanto, perché per salvare il libro finge che il libro non pensi. La posizione più scomoda, e per ciò stesso più onesta, le rifiuta entrambe: né l’autodafé, né il comodo estetismo. Si può tenere fermo, tutto insieme, che De Luca ha il diritto pieno di dire ciò che pensa, che le sue tesi su Gaza sono contestabili nel merito, che la reticenza di De Gregori ha un lignaggio nobile e che proprio per questo oggi non è il momento di esercitarla. E che chi gli brucia i romanzi non sta difendendo nessuna idea. Sta soltanto bruciando.





