
La citazione come divisa
15 Luglio 2026
Station to Station
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Nove denunce, due attività sospese, oltre quarantamila euro di sanzioni. E un numero che vale più di tutti gli altri: un lavoratore su tre, il trentatré per cento, in nero. Lo racconta La Nazione di Siena, nell’inchiesta firmata da Laura Valdesi sulla campagna dei carabinieri del Nucleo Tutela Lavoro nella provincia. Caporalato. Ma non nei campi, come vuole l’immagine che ci siamo fatti della parola. Nel settore ricettivo. Negli hotel, negli agriturismi, nella ristorazione. Nel cuore, cioè, di ciò che chiamiamo turismo e celebriamo come la nostra ricchezza.
Vale la pena fermarsi su questo scarto, perché dice tutto. Quando parliamo di turismo, parliamo quasi sempre d’altro. Parliamo di paesaggio, di borghi, di bellezza. Ma la bellezza attira, non produce. È il pretesto, non il motore. Il motore è un altro, e la cronaca lo mostra senza pietà: una formazione alla sicurezza omessa, un medico competente che manca, un documento di valutazione dei rischi rimosso, degli estintori mai revisionati in un albergo. Non incidenti ai margini. La struttura stessa, portata al limite. Perché il turismo, spogliato della retorica della cartolina, si riduce a due cose molto concrete e molto poco pittoresche: accoglienza e ristorazione. Ospitare e nutrire. Cioè lavoro umano, quasi per intero.
Ed è qui che nasce la contraddizione. In questo settore il valore non si estrae da una materia prima, non lo produce una macchina. Lo eroga una persona. La stanza rifatta prima delle sette, il piatto portato, l’ora effettiva dietro un banco: è lì che il valore nasce, e non altrove. Non c’è un giacimento da cavare. Non c’è un automatismo che sostituisca chi ti apre la porta. Il servizio è il prodotto, e il prodotto è qualcuno.
Da questa semplice constatazione discende tutto. Se il valore coincide con il lavoro, allora il costo principale è il lavoro. E chi voglia allargare il proprio margine ha una sola leva su cui premere. Non la materia prima, che quasi non esiste. Non la tecnica, che qui non sostituisce nessuno. Gli resta la persona: il salario, l’orario, il riposo, la regola, la sicurezza. La tentazione di comprimere il lavoro non è un vizio che si aggiunge dall’esterno. È iscritta nella struttura. Proprio l’attività che vive interamente di persone è quella più esposta a trattarle come il primo costo da abbattere. Il trentatré per cento in nero non è un’anomalia. È la logica del sistema che affiora.
Ecco allora la ricchezza rovesciarsi contro chi la genera. I numeri con cui il turismo si festeggia — arrivi, presenze, indotto — misurano il transito, non il benessere. Contano quanto entra, non a chi resta. Si può avere una stagione di record e, sotto quei record, un lavoro sempre più precario, sempre più invisibile, sempre più a chiamata. La contabilità trionfale e la condizione di chi lavora possono divergere senza che nessuno se ne accorga. Perché appartengono a due piani che i comunicati non fanno mai comunicare. Una ricchezza raccontata con la sola misura del transito è una ricchezza che ha scelto di non guardare la propria base.
Sarebbe però disonesto fermarsi qui, e condannare in blocco. Perché sotto lo stesso nome convivono due modi opposti di stare in questa economia. C’è chi vive del proprio lavoro e chi vive del lavoro altrui. C’è chi sta dietro il banco, tiene aperto anche quando la stagione langue, compra da chi produce vicino, paga regolarmente chi ha in cucina perché è parte della stessa vita: per costui l’accoglienza è ancora una relazione, e il valore che genera resta dove è nato. E c’è chi tratta l’ospitalità come pura rendita, riducendo la persona che serve a una voce di costo da abbattere: lì l’accoglienza ha smesso di essere relazione ed è diventata estrazione. Non sono varianti della stessa colpa. Sono i due poli di una contraddizione reale.
La linea di frattura, dunque, non corre tra il turismo e il resto. E nemmeno tra chi lavora nel settore e chi no. Corre dentro il servizio stesso. Tra chi ospita e chi si limita a incassare l’ospitalità. Ed è la sola linea che una politica seria dovrebbe imparare a leggere. Perché il primo a essere danneggiato dalla rendita non è il visitatore, e non è soltanto chi lavora in nero. È l’esercente onesto. Quello che paga regolarmente, che resta radicato, costretto a competere con chi taglia proprio sul lavoro. Costretto a subire una pressione — sugli affitti, sui prezzi, sull’autenticità imitata a buon mercato — che nasce dallo stesso meccanismo. La rendita non erode solo il salario di chi serve. Erode anche il margine di chi vorrebbe servire onestamente.
Ospitare e nutrire, prima di diventare un’industria, erano una relazione. Un debito riconosciuto verso chi arriva da fuori, un patto con chi resta. Il turismo è ricchezza nella misura in cui tiene fede a quella relazione. Diventa spoliazione nella misura in cui la spezza per farne estrazione. Distinguere i due casi non è moralismo. È l’unica misura che permette di capire, sotto l’identica insegna dell’accoglienza, chi produce davvero valore e chi si limita a prenderselo. La cronaca dei carabinieri, in fondo, non ci dice che il turismo è un male. Ci dice che è ora di chiederci a vantaggio di chi, e a spese di quale lavoro, costruiamo la nostra parte di bellezza da vendere.





