
Vogliamo I Colonnelli, il discorso ai camerati
15 Luglio 2026
Chi serve, e chi si serve
15 Luglio 2026C’è un istante, nell’ultima comparsa del generale, che vale più di ogni suo programma. Attacca la «procedura gramsciana» di piegare il diritto penale a strumento di educazione sociale. Gli fanno notare che Gramsci non c’entra nulla: è morto in un carcere del fascismo. E lui risponde «ci fa piacere». Poi rattoppa: fa piacere che gli abbiano ricordato un fatto storico. Ma la toppa è peggiore del buco. Il fatto storico è che un uomo è morto in galera per mano di un regime, e a lui questo fa piacere. Tutto il personaggio sta in quel ci.
Chi è il noi a cui la morte di Gramsci reca piacere? È l’unica domanda seria della serata, e non ha nulla di filologico. Perché il generale non discuteva di Gramsci: lo indossava. Se lo era appuntato sul petto come le stellette, esattamente come poche settimane prima aveva appuntato Marx — l’esercito industriale di riserva evocato per concludere che i migranti vanno rimandati a casa e gli italiani torneranno nei campi a raccogliere pomodori. La citazione, in bocca sua, non è mai un pensiero. È una mostrina. Segnala un grado, non sostiene un ragionamento. E come le mostrine, si porta senza capirle.
Qui sbaglia chi gli risponde correggendolo. Rimettere a posto Marx è giusto e inutile: presuppone una tesi da confutare, e tesi non ce n’è. C’è un’insegna. Ribattere sul merito gli concede la dignità dell’interlocutore, lo tratta da uomo che ha letto e argomentato, quando l’unica evidenza è che ha prelevato un nome dal magazzino delle provocazioni e se lo è cucito addosso. La citazione oggi funziona così: staccata dalla lettura come il titolo dallo svolgimento. Si cita per aver recuperato, non per aver compreso. E la parola, orfana di ogni contesto, si lascia impugnare in qualunque direzione — persino contro chi l’ha generata. Da mezzo secolo una certa destra rovescia Gramsci contro Gramsci, e pratica la conquista delle teste proprio mentre accusa gli altri di averla esercitata.
Per questo all’indignazione preferisco l’ironia. L’indignazione dà per tradito un patrimonio, e così difende la serietà del gesto invece di smascherarla. L’ironia prende il generale per come si mostra: il teorico dell’ordine che ruba le parole al teorico della rivoluzione, l’uomo del noi contro loro che si appropria del pensatore delle contraddizioni, l’apostolo dell’identità che non riconosce la propria e sfoggia decorazioni che non sa leggere. Non è un ornamento del ragionamento: è il ragionamento. Mostra ciò che la confutazione nasconde — che sotto la divisa non c’è un pensiero, c’è solo la divisa.
Torniamo al pronome. «Ci fa piacere» non è una gaffe: è la cosa più vera che il generale abbia detto in tutta la sera, il momento in cui la citazione smette di fare da schermo e il noi affiora per intero. Non il noi degli italiani da difendere, retorica da comizio. Il noi di caserma per cui la morte di un uomo in una prigione politica è un dettaglio da salutare con un sorriso. Chi vuole sapere chi è Vannacci non lo cerchi nelle biblioteche che non ha frequentato, né nei titoli che esibisce. Lo cerchi in quel ci. Lì c’è tutto.





