Ci sono musei che collezionano opere d’arte e musei che costruiscono dispositivi per esperienze collettive. Con As Seen Below – The Dome, la nuova installazione permanente commissionata a James Turrell, il museo ARoS di Aarhus appartiene senza esitazione alla seconda categoria.
L’opera, appena inaugurata dopo oltre un decennio di progettazione, è il centesimo skyspace dell’artista americano e rappresenta un passaggio significativo non solo nella sua ricerca sulla percezione ma anche nella strategia culturale e urbana di questo ambizioso museo. Più che un’opera da contemplare, As Seen Below è un’architettura da godere e attraversare. Il progetto si sviluppa come una sequenza spaziale accuratamente orchestrata: un lungo percorso ipogeo conduce il visitatore al centro di una grande cupola circolare dove un oculo aperto verso il cielo trasforma la volta celeste nell’oggetto dell’intervento.
Da oltre mezzo secolo Turrell lavora su una semplice domanda, almeno all’apparenza: che cosa vediamo davvero quando guardiamo?
Formatosi tra psicologia della percezione, matematica e aviazione, Turrell ha costruito una ricerca che affonda le proprie radici nella fenomenologia dello sguardo e nelle sperimentazioni del movimento californiano Light and Space. La luce non è utilizzata per illuminare qualcos’altro: è essa stessa il materiale dell’opera. Il concetto può apparire banale: non c’è nulla da vedere se non la luce stessa. O, più precisamente, il modo in cui la percezione luminosa costruisce una realtà. L’aspetto più interessante del progetto risiede proprio nella sua natura ibrida. L’architettura non funge da contenitore neutrale ma diventa uno strumento ottico. Progettata in stretta collaborazione con lo studio Schmidt Hammer Lassen, autore anche dell’edificio originario del museo Aaros, la cupola lavora come una sofisticata macchina percettiva nella quale proporzioni, superfici e geometrie sono calibrate per alterare il rapporto tra corpo, spazio e atmosfera. Il cielo appare talvolta vicino, quasi tangibile; altre volte sembra trasformarsi in una superficie bidimensionale sospesa sopra il visitatore. La costruzione non rappresenta un supporto all’opera: coincide con l’opera stessa. In questo senso, As Seen Below può essere letto come un caso esemplare di convergenza tra arte, architettura e ricerca illuminotecnica.
Si rifà a una tipologia costruttiva antica – dal Pantheon agli osservatori astronomici – che Turrell svuota di ogni funzione e simbologia per trasformarla in uno strumento ottico. Il sistema di illuminazione artificiale, integrato nella struttura, agisce in dialogo continuo con la luce naturale. Le variazioni cromatiche, quasi impercettibili perché temporizzate, modificano la percezione dell’oculo e amplificano le trasformazioni atmosferiche del cielo nordico.
Non si tratta di effetti spettacolari ma di un processo che rende visibile ciò che normalmente sfugge all’attenzione: il tempo che passa, il mutare della luce, la relatività dello sguardo. «L’atto del vedere è il vero soggetto del mio lavoro», ha più volte affermato Turrell. Una dichiarazione che trova nell’opera realizzata ad Aarhus una delle traduzioni più compiute. Qui l’artista non aggiunge immagini al mondo ma costruisce le condizioni affinché il mondo stesso venga percepito diversamente. La luce diventa materia progettuale, l’architettura una tecnologia della percezione.
La nuova opera completa infatti un ampio programma di ampliamento del museo e conferma una strategia perseguita con coerenza negli ultimi vent’anni. ARoS ha progressivamente costruito la propria identità internazionale attraverso opere permanenti di forte impatto spaziale e architettonico, capaci di trasformarsi in ossessioni popolari. È il caso di Your Rainbow Panorama di Olafur Eliasson, il percorso circolare panoramico che dal 2011 corona il tetto dell’edificio; così come la presenza della gigantesca scultura The Boy di Ron Mueck – indimenticabile incipit della Biennale di Venezia del 2001 curata da Harald Szeemann. Già queste opere d’arte monumentali avevano contribuito ad ampliare il pubblico del museo ben oltre gli specialisti dell’arte contemporanea.
Tra l’altro il piano interrato del museo è dedicato a opere immersive della collezione dove già erano presenti altri lavori di Turrell e Eliasson, insieme ad altri di Mariko Mori e Pippilotti Rist – altre artiste dedite a pratiche istallative di grande impatto. L’operazione nell’insieme è vincente perché evita la tipica contrapposizione critica, spesso sterile, tra ricerca e consenso. ARoS ha compreso che la dimensione esperienziale non rappresenta necessariamente una totale concessione all’intrattenimento ma può diventare uno strumento di accesso a contenuti complessi.
Le opere di Eliasson e di Mueck prima e quella di Turrell oggi condividono infatti una caratteristica fondamentale: richiedono una partecipazione fisica del visitatore e trasformano la fruizione in esperienza diretta. Come ha sottolineato la direttrice Rebecca Matthews, il museo punta a creare «luoghi di meraviglia, riflessione e connessione» capaci di coinvolgere pubblici diversi senza rinunciare all’ambizione culturale. Il risultato è un’opera che agisce simultaneamente su più livelli, “installazione artistica, architettura percettiva, dispositivo urbano e strumento strategico.
In un’epoca – continua Matthews – in cui molti musei competono attraverso la programmazione temporanea, ARoS investe in esperienze permanenti ma irripetibili, costruendo un patrimonio che non può essere trasferito altrove”. Con Turrell, questa scelta raggiunge una particolare intensità: il cielo di Aarhus diventa una materia di progetto e il museo si trasforma, ancora una volta, in un luogo dove l’architettura non ospita l’arte ma la rende possibile. L’arte di James Turrell comincia dove normalmente finisce l’architettura. Non costruisce oggetti da osservare ma condizioni interpretative. Non aggiunge immagini al mondo, modifica il modo in cui il mondo appare. In un’epoca dominata dalla velocità figurativa, Turrell compie un gesto quasi controcorrente. Costruisce uno spazio dedicato all’attenzione. E trasforma il cielo, il più comune e sfuggente degli spettacoli, in un’opera che esiste soltanto nel momento in cui qualcuno la osserva.







