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19 Luglio 2026Carteggi del Novecento Il grande filosofo e l’architetto, progettarono insieme Casa Wittgenstein a Vienna, e furono legati da una intesa di cui resta traccia nell’epistolario datato 1916-1937, edito ora da Giometti&Antonello
È stata una strana amicizia quella che ha legato Wittgenstein e l’architetto Paul Engelmann durante gli anni della loro formazione spirituale. Strana perché nata sotto il segno dell’architettura – si erano conosciuti nel 1915 per l’intermediazione di Adolf Loos – e sotto il segno dell’architettura rimasta celebre – i due hanno progettato insieme la casa dei Wittgenstein a Vienna–, ma in realtà nutrita da scambi e preoccupazioni di carattere filosofico. Questo almeno scopre il lettore di Ludwig Wittgenstein – Paul Engelman, Se mai dovessimo incontrarci il giorno del giudizio Carteggio 1916-1937, a cura di Ilse Somavilla, Edizione italiana a cura di Daniele Pisani (Giometti & Antonello, pp. 352, € 28,00), dove sono raccolti, oltre alle lettere e ai Ricordi che Engelmann aveva pubblicato nel ’67 con l’incoraggiamento di Elisabeth Anscombe, appunti sparsi dove l’architetto insegue il punto di contatto tra le confidenze ricevute da Wittgenstein e la sua opera. È la fisionomia interiore del filosofo a essere in questione, e si può dire che il percorso tracciato dal libro non faccia che alimentarne il mistero.
Nato sullo sfondo della Seconda Guerra, quando Wittgenstein frequentava la scuola per allievi ufficiali nella cittadina di Olmütz, il sodalizio si era rapidamente formato grazie ai calorosi eventi mondani organizzati dalla madre di Engelmann, per rafforzarsi nelle lunghe discussioni notturne intorno al Tractatus che allora stava prendendo forma.
Evocata ancora nei Ricordi come un evento straordinario, la scelta di anticipare le proprie teorie al quasi coetaneo tecnico delle costruzioni non dipendeva solo dal fatto che la filosofia appariva in Wittgenstein come l’esito non scontato della formazione di colui che era a sua volta un «tecnico» («aveva imparato a pensare nel campo della scienza»): i due avevano in comune anche un’inquietudine morale e condividevano la ricerca coraggiosa del «proprio dovere».
Era il periodo della crisi religiosa che avrebbe ispirato la proposizione sul mistico. Ma anche in quello successivo, segnato dalle difficoltà di pubblicare il Tractatus o dalla decisione di diventare maestro, le lettere mostrano come Wittgenstein trovasse ancora nel confidente di Olmütz un interlocutore privilegiato: «Mi scriva anche i suoi pensieri. Suoneranno un po’ più assennati dei miei».
La vita li avrebbe allontanati, facendo prevalere le differenze sull’alchimia delle affinità giovanili; ma è dalla posizione di inferiorità che si sarebbe sempre attribuito, persino rispetto alla casa nella Kundmanngasse («fu lui il vero architetto, e non io»), che Engelmann poteva rivendicare la propria lettura del Tractatus: l’opera oscura per gli studiosi di filosofia era chiara e semplice agli occhi di chi, come lui, ne conosceva i presupposti spirituali. È per consegnarla ai lettori che l’architetto avrebbe infine accettato di scrivere «il suo Wittgenstein», rivelandone persino l’affinità con il pensiero del proprio maestro: «Lei è me» avrebbe detto una volta Adolf Loos al filosofo.





