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NUOVO CINEMA MANCUSO
Per una volta, grazie Netflix
Siamo circondati da film, serie, miniserie: tutta roba a disposizione sulle piattaforme streaming che stanno drenando i nostri risparmi. Quasi mai si scopre qualcosa di originale – nel senso: qualcosa su cui non abbiamo letto pagine e pagine. Anche di libri, pur non essendo più di moda. I titoli classici li abbiamo studiati, sui nuovi il bombardamento di informazioni è costante. Spesso si riduce a un copia e incolla ripetitivo dei comunicati stampa – ma intanto intasa i siti e i motori di ricerca.
Sembra incredibile aver vissuto finora senza aver notizia di “The Tick”, vale a dire la Zecca. Un supereroe di matrice satirica che in un momento come questo – tanto affollato di supereroi che anche la Marvel e le piattaforme stanno rivedendo le strategie di diffusione e marketing – fa l’effetto di una boccata d’aria.
Non moriremo seppelliti dai film supereroici, il mercato sa cominciando a mostrare segni di stanchezza. Noi di più, pare diventata l’unica forma di narrazione, e allora cominciano a differenziarsi – ma sempre supereroi sono, e distruggono il mondo per salvarlo. Quindi viva “The Tick”, che Netflix ha ripescato dalle cantine dove era finita.
The Tick è un supereroe in tuta blu, di bella gomma spessa ma elastica (siamo negli anni Novanta). Ha in testa due antenne semoventi, altre emozioni non mostra. Il personaggio è stato creato da Ben Edlund quando aveva 18 anni, era il 1986. Era destinata a essere la mascotte di una catena di negozi di fumetti nel Massachusetts. Il supereroe blu è scappato da un manicomio nel pressi di The City, dove la serie è ambientata. Non ricorda nulla, e ben presto gli si affiancano altri personaggi: un coniglio di nome Arthur (faceva il contabile, e sognava una vita più avventurosa).
Nella seconda metà degli anni Novanta la Fox ne fece una serie d’animazione. Un po’ più quieta, quanto a bizzarrie, ebbe comunque successo. Da qui l’idea di una serie in live action, 9 episodi con il comico e doppiatore Patrick Warburton. Il formato ora scivola verso la sit-com, eliminando le parti d’azione. Più facili da disegnare che da mettere in scena. Le critiche sono buone ma lo show non decolla, troppo di nicchia.
Amazon Prime Video tenta il live action, siamo nell’agosto 2017. Al comando c’è ancora Ben Edlund, con Barry Sonnenfeld. Questa versione viene ora riproposta da Netflix – per una volta, benemerita. Tra i più bizzarri antagonisti, The Chair. Vale a dire Mr Clairface Chippendale, che ha una sedia – Chippendale, beninteso – al posto della testa. Ora la serie è su Netflix, chissà se è la volta buona? I tempi grami – per i supereroi al cinema, intendiamo – sembrerebbero propizi alla parodia. Delizioso anche il Batman latino, tale Batmanuél.
ODISSEA
di Christopher Nolan, con Matt Damon, Robert Pattinson, Zendaya, Anne Hathaway, Lupita Nyong’o
Tre
ore di capolavoro, che gli vogliamo dire? Cosa possiamo dire di uno spettacolo (e di una messa in scena) che filano via senza annoiare, perfettamente congegnati per raccontare l’antica storia dell’uomo che espugnò Troia dopo un lungo assedio, con l’astuzia del cavallo di legno. Poi impiegò una decina d’anni per tornare a Itaca, che voleva dire casa e moglie e figlio lasciato quando era in fasce. Il mare era pieno di pericoli, tra tempeste mostri e giganti. Non bastasse, a disputarsi il suo tempo c’erano due temibili signore: la maga Circe e la ninfa Calipso. Una spaventava con le arti magiche, l’altra drogava con il fior di loto. Cosa possiamo dire davanti a tre ore di grande cinema senza un minuto di noia? I colleghi vengono in soccorso. Francesco Piccolo spinge Repubblica – una volta un giornale tanto per bene, signora mia – a scrivere più volte per esteso la parola “cazzata”. E’ una cazzata, scrive, e non una volta sola (mica si può censurare un simile e raffinato giudizio fantozziano). Nani sulle spalle dei giganti, bisogna dire: Francesco Piccolo non è senza colpe, se consideriamo la quantità di brutti film italiani che ha contribuito a scrivere.
Placati gli invidiosi, va detto che Christopher Nolan ha organizzato, scritto e diretto un film bellissimo, al pari di “Dunkirk”: il salvataggio dei 300 mila rimasti intrappolati nel nord della Francia.
Omero fornisce materiale in abbondanza, non tutto utilizzato nel film – sarebbe dovuto durare due ore in più. L’avventura l’ha inventata lui, e qui riduce al minimo anche le divinità. Da narratore consumato – vale anche per il regista, abile a scombinare i tempi – comincia con uno sguardo alla reggia di Itaca, dov’è rimasta la moglie Penelope con la sua tela che ormai non inganna più nessuno, e il figlio ormai cresciuto Telemaco: l’erede al trono, se si decidesse ad accettare che il padre Odisseo è scomparso, e dopo una ventina d’anni (calcoliamo a occhio, Telemaco era in fasce e ora veste un delizioso gonnellino) lo si potrebbe ormai dare per morto, e concedersi a uno dei pretendenti che ingannano l’attesa mangiando e bevendo.
Vinta la guerra di Troia, Odisseo cerca di tornare a casa. Ma in mancanza di aerei e di previsioni del tempo affidabili, viene sballottato da mari e venti, da ciclopi e da giganti guerrieri ghiotti di carne umana. Poi ci sono Scilla e Cariddi: di qua un altro mostro e di là un gorgo che inghiotte navi e marinai.
Confessiamo di aver avuto qualche timore, prima di vedere il film. Non siamo così adepti da non pensare che si possa amare “Inception” e restare freddi di fronte a “Interstellar”. Dubbi spariti quando vediamo il cavallo di legno spiaggiato, di traverso sulla battigia, e dentro i soldati sfiniti dalle puzze che rischiano di annegare. Christopher Nolan è sempre grandissimo. E’ il cinema che è diventato piccolo.
L’HANGAR ROSSO
di Juan Pablo Sallato, con Nicolás Zárate, Boris Quercia, Marcial Tagle, Catalina Stuardo
Centro
di addestramento per cadetti dell’aeronautica alle porte di Santiago del Cile. Mancano pochi giorni al colpo di stato che avrebbe rovesciato il governo di Salvador Allende, instaurando la dittatura di Pinochet. Il capitano Jorge Silva, valoroso ex paracadutista, riceve dai superiori un ordine singolare. E’ l’11 settembre del 1973: bisogna aprire le porte della base militare per fare posto ai prigionieri catturati durante il golpe. Dilemma. Obbedire al colonnello Jahn, con cui c’erano già stati – diciamo così – disaccordi. Oppure seguire i propri principi morali, come ha insegnato a fare alle reclute che da subito lo hanno guardato con ammirazione. Un regista esordiente, un periodo buio della storia cilena (la dittatura del generale Augusto Pinochet durerà fino al 1990). Finora era stato Pablo Larraín a fiorire questo periodo storico, che fa da sfondo a “Tony Manero” e poi viene raccontato in “Post Mortem”: gli obitori si riempiono di cadaveri che gli addetti non riescono a smaltire, e poi in “No I giorni dell’arcobaleno”, che racconta il ritorno alla normalità. Il referendum, in particolare, che Pinochet fu costretto a indire sulla propria presidenza, dopo le pressioni internazionali (il No vinse con il 53 per cento, il film racconta la campagna che scandalizzò molti, con i colori dell’arcobaleno). “L’hangar rosso” guarda al passato, ma oggi a preoccupare è il presente, le tentazioni dittatoriali sono sempre lì.
LA CASA – IL ROGO DEL MALEdi
Sebastien Vanicek, con Souheila Jacub, Hunter Dohohan
Ci
vuole coraggio a programmare un horror , quando sono ancora in sala “Backrooms” di Kane Parson e “Obsession” di Curry Barker, che hanno rivoluzionato i film di paura. Infatti non fanno proprio tanta paura, con i mostri e gli assassini: son magazzini vuoti o quasi, illuminati da una luce giallina. Il che esemplifica l’avvertimento “non evocare oscure presenze perché esaudiscano i tuoi desideri, potrebbero realizzarsi”– e sarà molto ma molto peggio dei sotterranei ingombri di roba vecchia o del tutto vuoti. I due registi invece si rifaranno nuovi; magari non hanno ricavato soldi, dipende dei contratti, ma sicuramente gireranno altri film. Con un budget adeguato agli incassi. Hollywood fa guadagnare più del web, e lì sono sempre in cerca di idee originali. Se le idee nuove mancano, si ricicla la roba vecchia. Come questo ulteriore capitolo di “La casa”, diretto da Sebastian Vanicek con il titolo “Il rogo del male”. Alice è una giovane moglie. Suo marito Will dopo un litigio muore in un incidente d’auto (guidava ubriaco). La famiglia del consorte defunto non l’ha mai amata. Quando tornano nella vecchia casa, non è certo il luogo ideale per elaborare il lutto. Will è vittima di possessione demoniaca, il suo cadavere ha trasmesso il contagio al padre. L’ultimo pranzo tutti insieme diventa un massacro. Con armi casalinghe, una forchetta, e pure gli elettrodomestici servono a torturare. Molto sangue. E il marito vuole partecipare.





