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Kyiv sotto i missili, la tregua «annunciata» da Trump, i falsi russi di Putin: una geopolitica fatta di parole date, e di una sola cosa che nessuno può garantire
Si leggono nello stesso minuto, sulla stessa pagina. Da una parte Kyiv sotto un inferno di missili e droni, almeno dieci morti. Dall’altra Trump che assicura: Israele non bombarderà Beirut, Hezbollah ha detto sì alla tregua. La giustapposizione non è casuale, ed è più profonda di quanto sembri: entrambe le notizie parlano la stessa lingua, quella della garanzia. In tempo di guerra la merce più trafficata non sono i missili, sono le parole date.
Conviene prenderle sul serio come fa Maurizio Ferraris quando ricorda che una parola, una volta iscritta o annunciata, crea un oggetto sociale: la tregua esiste perché viene dichiarata, l’impegno diventa fatto pubblico nell’istante in cui qualcuno lo pronuncia davanti a testimoni. Trump non descrive una pace, la istituisce dicendola; e il presidente del Parlamento libanese che promette di garantire «personalmente» il rispetto del cessate il fuoco compie lo stesso atto. È il cuore della postverità: non che nulla sia vero, ma che il dire diventi una forma del fare. Il problema è che la garanzia è un atto performativo senza collaterale. Vale esattamente quanto la forza che la sostiene — e non un grammo di più.
Per questo lo stesso mondo che produce garanzie produce anche le sue contraffazioni. «Nel mondo di Putin nulla è come appare», raccontano le cronache delle masovki: i falsi russi assoldati per posare accanto al capo, garanzie di consenso fabbricate come oggetti di scena. La realtà non viene nascosta, viene messa in scena, e la scena finisce per diventare la sola realtà disponibile. Le folle di plastica attorno a Putin e l’accordo «flou» annunciato da Trump appartengono allo stesso genere — garanzie la cui unica copertura è di essere state pronunciate.
In questo mercato, la figura più interessante è chi rompe una garanzia che pareva di sangue. Mikhail Kokorich — nato in Russia, e che oggi consegna i suoi missili a Kyiv — manda in pezzi l’equazione che ogni potere considera la sua garanzia ultima: nato qui, dunque dei nostri. La fedeltà all’origine, il legame di nascita su cui si fonda la mobilitazione patriottica, si rivela revocabile. È la garanzia che si volta, e proprio perché si volta «sta cambiando la guerra».
Quando le garanzie si fanno fragili, se ne moltiplicano i garanti. Zelensky, che ora «si sente forte», non vuole più trattare a due: vuole Parigi, Berlino e Londra al tavolo. Non sono mediatori, sono testimoni — il tribunale europeo chiamato a far da notaio alla parola data, perché una promessa scritta davanti a molti pesa più di una sussurrata in due. È la stessa logica che porta un capo di Stato come Mattarella a definire il Libano colpito «in maniera brutale»: la parola dell’autorità morale aggiunge un sigillo dove la forza non basta.
E poi c’è la garanzia che non si annuncia: quella tenuta in scena parallela. La «guerra parallela» di cui scrive Rampini — arabi che combattono di fianco a Stati Uniti e Israele contro Teheran — è il patto che funziona proprio perché resta non detto, la garanzia segreta che nessuno iscrive davanti a testimoni. La diplomazia pubblica delle tregue annunciate vive sopra una geometria di intese che, se enunciate, crollerebbero.
Sotto tutto questo traffico di parole resta un fondo che nessuna parola raggiunge. Achille Mbembe lo ha chiamato necropolitica: la sovranità, in ultima istanza, non è il diritto di garantire, è il potere di far morire. È l’unica garanzia che non ha bisogno di essere annunciata, perché si esegue da sé. I dieci morti di Kyiv non sono un oggetto sociale creato da una dichiarazione: sono il punto in cui le dichiarazioni si fermano. Persino i funzionari che — riferisce Bloomberg — avvisano Putin che i costi della guerra sono «insostenibili» parlano questa lingua: stanno ritirando una garanzia, dicendogli che la promessa di vittoria non è più coperta. Ma la contabilità della sostenibilità si misura, alla fine, in morti.
Ecco allora il rovescio che tiene insieme la pagina. In un mondo saturo di garanzie — tregue dichiarate, folle simulate, garanti convocati, patti taciuti — la sola cosa certa è ciò che nessuno può garantire all’indietro. Trump può assicurare che Beirut non sarà bombardata; nessuno può garantire di nuovo vivi i dieci di Kyiv. La parola data è la valuta di questa guerra, e come ogni valuta vale finché qualcuno crede che sia coperta. La morte, invece, non promette: salda. È l’unica parola che si avvera sempre, e non ha bisogno di testimoni.





