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Giugno 2, 2026
La crisi del Monte dei Paschi non ha lasciato soltanto un vuoto economico, ma la perdita di una grammatica collettiva. Per costruire il futuro, Siena deve abbandonare la ricerca di un nuovo centro dominante e riscoprirsi come territorio policentrico, capace di durare invece che brillare.
L’articolo ha un pregio raro: nomina con esattezza la natura del lutto. La crisi del Monte non è stata la perdita di una banca, ma la perdita di un centro di gravità, e dunque di una grammatica con cui il territorio si pensava. Su questo non c’è dialogo possibile se non l’assenso. La senesità era davvero un sistema, e i sistemi, quando si incrinano, lasciano dietro di sé non un vuoto economico ma un vuoto di forma. Proprio per questo vorrei aprire una crepa nel punto in cui il testo cerca la cura, perché temo che la cura rischi a tratti di riprodurre la malattia.
La tesi centrale — non ricostruire il vecchio modello, ma trovare una nuova funzione storica fondata su biotech, conoscenza, finanza etica, sport, turismo lento — è giusta nello spirito e fragile nella struttura. Fragile perché tutte queste voci condividono una stessa logica sottostante: l’attrattività. Attrarre ricerca, capitale umano, studenti, investimenti, ritiri. Ma l’attrattività è essa stessa una forma di rendita. È la versione dematerializzata di ciò che il Monte garantiva in forma bancaria: un centro che irradia valore perché altri vi convergono. Si sostituisce la rendita finanziaria con quella reputazionale, la centralità del credito con la centralità del marchio. Ed è qui che il rischio della museificazione, denunciato con lucidità nelle prime pagine, rientra dalla finestra dopo essere stato cacciato dalla porta. Un polo biotech che cattura capitale internazionale e un centro storico che cattura turismo veloce non sono opposti: sono due declinazioni dello stesso dispositivo, in cui il luogo vale per ciò che riesce a trattenere di passaggio, non per ciò che genera dall’interno. La museificazione, in fondo, non è troppa poca esposizione del luogo: è troppa. Siena è diventata muta perché interamente disponibile, consumabile in tre ore, ottimizzata per essere scelta e perciò incapace di scegliere sé stessa.
C’è poi una categoria su cui poggia l’intero ragionamento e che andrebbe interrogata: la nuova funzione storica. È una formula nobile, ma porta con sé l’idea che un territorio debba avere una funzione, un centro, una direzione unitaria. E non è proprio questo monocentrismo l’eredità più pesante e meno discussa del modello-Monte? La senesità che l’articolo descrive era profondamente urbano-centrica e banco-centrica: il Chianti, la Val d’Orcia, l’Amiata, le Crete erano satelliti di una gravità che stava in Piazza Salimbeni. La vera rottura con quel mondo non sta nel cambiare il combustibile del motore, dalla finanza al biotech, ma nell’abbandonare l’idea stessa di un unico centro. I borghi che il testo cita con preoccupazione demografica non sono il problema da risolvere con l’attrattività del capoluogo: sono i possibili soggetti di un policentrismo che renderebbe la provincia non una corona di periferie attorno a un sole, ma un arcipelago di funzioni al plurale. L’Amiata geotermica, le miniere del Siele non aspettano di essere illuminate dal centro; chiedono di essere riconosciute come centri a loro volta.
Vale la pena ricordare, del resto, che i centri economici non tornano. Migrano. Una città che è stata cuore di un sistema e poi ha smesso di esserlo sopravvive non fingendo di esserlo ancora, ma reinventandosi su un altro registro, spesso più modesto e più duraturo. La nostalgia del Monte è esattamente il contrario di questo: è la pretesa che il centro debba esserci, e che il compito sia solo trovargli un nuovo nome.
C’è un nodo che il testo sfiora e non scioglie, ed è il più bello. La Mens Sana. L’articolo la celebra come patrimonio civile, e lo è. Ma la sua parabola — l’ascesa internazionale, gli scudetti, poi il collasso finanziario, le retrocessioni, le vicende giudiziarie — è la stessa parabola del Monte, in scala ridotta e in altro linguaggio. Stessa hybris, stessa eccellenza costruita su un modello insostenibile, stesso crollo. Non lo dico per spegnere l’entusiasmo, ma perché qui c’è la chiave che manca: lo sport senese ha già vissuto e già perso la sua stagione del Monte. Il Tuscany Camp è interessante proprio perché è il rovescio della Mens Sana: non un centro che vince e brucia, ma una pratica diffusa, sobria, radicata. La lezione non è “torniamo a vincere”, è “impariamo a durare”.
Lo stesso vale per la finanza etica, l’intuizione forse più audace dell’articolo: la ferita trasformata in competenza. È una bella formula, ma il lutto non si riconverte per decreto retorico. Un luogo che ha incarnato un capitalismo relazionale e opaco non diventa maestro di trasparenza saltando il lavoro del lutto. Lo diventa solo se prima ha il coraggio di nominare ciò che, nella senesità, produceva anche chiusura, autosufficienza, mediazione clientelare. La senesità non era soltanto coesione: era anche un dispositivo di protezione che teneva fuori il mondo. La crisi, oltre che ferita, è stata un’apertura forzata. Forse il futuro non sta nel rimarginare quella ferita troppo in fretta.
Condivido la conclusione: il vero rischio non è perdere il passato, è perdere il futuro. Aggiungo solo che il modo più sicuro per perdere il futuro è cercarlo nella forma del passato — un nuovo centro, una nuova rendita, una nuova funzione unica. La domanda decisiva non è quale sarà il prossimo Monte di Siena. È se Siena saprà finalmente vivere senza un Monte: policentrica, opaca quanto basta, capace di durare invece di brillare.





