
Scegliersi il padrone
4 Giugno 2026
Il fuoco di sotto
4 Giugno 2026Sulla «Magnifica humanitas» e l’illusione di resistere alla macchina restando fuori da dove la macchina si fa
di Pierluigi Piccini
C’è una parola che, secondo i suoi lettori più attenti, attraversa come un filo rosso l’enciclica sociale che Leone XIV ha firmato il 15 maggio per leggere l’intelligenza artificiale alla luce del Vangelo: quella parola è arte. Il documento colloca l’arte al crocevia tra il limite della creatura e l’apertura al mistero, e sceglie tre opere come sentinelle della coscienza — la Nona di Beethoven, Guernica, Schindler’s List — definendole non estetiche o consolatorie, ma profetiche. Attorno a questo nucleo si è formato un coro: chi avverte che la simulazione dell’empatia può illuderci di avere di fronte un soggetto personale, chi oppone alla cultura della potenza una tecnica al servizio del bene, chi grida — con un grande scienziato — che l’IA è in mano a pochi e rischia di addomesticarci. E poi la formula più felice, quasi monastica, che l’enciclica ci consegna: «digiunare dall’IA», rinunciare al risultato facile per proteggere il lavoro interiore che rende possibile la creazione.
Va detto subito: non è un pensiero ingenuo. L’enciclica vede più lontano di tanta pubblicistica laica. Riconosce che i sistemi odierni sono «più coltivati che costruiti», che crescono su un terreno predisposto da chi li progetta; e arriva a dire che ogni scelta di progettazione esprime una visione dell’uomo, che il design algoritmico è un atto culturale e non solo tecnico. È una lucidità rara. Tocca, senza nominarlo, il punto vero: che la macchina non è neutra perché nasce dentro decisioni, e le decisioni hanno un padrone.
E qui, però, il discorso si ferma sulla soglia che aveva appena varcato. Perché la mossa che compie ha una genealogia precisa, ed è onesto nominarla: è quella di Heidegger. Fu lui a stabilire che l’essenza della tecnica non è nulla di tecnico, che la tecnica moderna è un modo di disvelare il mondo riducendolo a fondo disponibile, a riserva da ordinare e ottimizzare; e fu sempre lui, riprendendo Hölderlin, a scrivere che là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva, collocando il salvifico nell’arte — l’unica regione affine alla tecnica e insieme radicalmente altra da essa. L’enciclica, forse senza saperlo, ripete quel gesto quasi parola per parola: l’arte come ciò che fiorisce esattamente dove incombe la minaccia. Ma ne eredita anche il limite, e il limite è enorme. Perché in Heidegger ciò che salva non è mai un intervento nell’apparato: è un altro modo di pensare, un lasciar-essere le cose, un’attesa. Davanti al mondo della tecnica, alla fine, sapeva dire soltanto che ormai solo un dio ci può salvare. È questa rassegnazione contemplativa che l’arte-che-salva si porta dietro come un’ombra: colloca la battaglia in una sfera — l’interiorità, il museo, il digiuno — che non ha alcuna presa sul meccanismo. La riserva dell’umano, il dono, la lentezza dell’artista che lotta con la materia: parole bellissime che non entrano nel processo. E ciò che non entra nel processo, sul terreno della potenza, semplicemente non conta.
La domanda che l’enciclica solleva e non scioglie è proprio quella dello scienziato che cita: se l’IA è in mano a pochi, la risposta non può essere una disciplina interiore e un inno all’arte. È come opporre alla concentrazione del capitale un elogio dell’artigianato. Bello, vero, inerte. La concentrazione non si scalfisce coltivando la propria anima: si scalfisce conoscendo come il potere si accumula, dove si accumula, in quali mani materiali — il calcolo, i dati, l’energia, l’infrastruttura, lo strato operativo dove si decide tutto ciò che poi arriva a noi già deciso. Categorie come «umanità» e «arte», prese così, sono astrazioni generiche: consolano precisamente perché restano generiche, perché non scendono nel determinato, non nominano nessuno, non sporcano le mani con la meccanica reale dell’accumulazione. Il romanticismo dell’umano è il modo più elegante di restare innocenti — e impotenti.
Si dirà: ma ci sono le regole, l’etica, le encicliche stesse. Non bastano. Le regole arrivano sempre a valle, dopo che la cosa si è fatta, e vengono scritte sotto la pressione di chi le regole dovrebbero vincolare. La norma è un effetto del rapporto di forza, non la sua causa; chi crede di governare il processo dall’esterno, con il codice deontologico o con l’esortazione morale, governa soltanto la propria buona coscienza. Bisogna andare oltre la regola. E «oltre» qui ha un significato preciso, niente affatto mistico: significa entrare nei processi reali, imparare i meccanismi di accumulazione fino a maneggiarli, e fare alleanza con chi operativamente ha in mano la conoscenza di quei processi — gli ingegneri, i tecnici, chi sta dentro l’apparato e ne capisce il funzionamento. Il potere sulla macchina appartiene a chi la sa far funzionare, non a chi la contempla da fuori. L’intellettuale che voglia contare deve farsi organico al processo, non cappellano del processo.
Ed è qui che la migliore intuizione dell’enciclica va rivolta contro la sua stessa conclusione. Se è vero — e lo è — che il sistema è «coltivato» più che costruito, che ogni scelta di progetto è già una visione dell’uomo, allora il terreno dell’umano non è il museo: è la coltivazione stessa. È il suolo, è il codice, è l’infrastruttura. Difendere l’umano significa essere presenti dove la macchina cresce, non dove la si ammira a crescita avvenuta. Il dono che non entra mai nella circolazione resta una parola; l’arte che serve a non scendere in ciò che andrebbe governato non salva nessuno — assolve soltanto chi la invoca.
Resta la scintilla, certo. È reale, non la nego. Ma una scintilla tenuta al riparo dal processo non illumina la macchina: illumina soltanto la nostra distanza da essa, e quella distanza, oggi, ha il nome esatto della resa. Non possiamo permetterci di aspettare il dio che salva: la forma che l’amore per l’umano assume quando è in gioco la potenza non è il canto, né l’attesa. È la fatica di capire, di entrare, di allearsi. Tutto il resto, per quanto magnifico, è una bellissima maniera di guardare da lontano mentre altri decidono al posto nostro che cosa sarà di noi.
Nota bibliografica
Leone XIV, enciclica sociale Magnifica humanitas (15 maggio 2026).
Martin Heidegger, La questione della tecnica (1953), in Saggi e discorsi, a cura di G. Vattimo, Mursia; e l’intervista Ormai solo un dio ci può salvare («Der Spiegel», 1966, pubblicata postuma nel 1976). Il verso «là dove è il pericolo, cresce anche ciò che salva» è di Hölderlin (Patmos).
Sul tema, gli interventi della serie «Magnifica humanitas» su Avvenire: Antonio Spadaro, Il genio creativo come resistenza all’algoritmo. L’arte ci salverà (27 maggio 2026); Lucio Brunelli, La «fretta» di Papa Leone e l’Intelligenza artificiale; Vittorio Pelligra, Contro la cultura della potenza, una tecnica al servizio del bene; Nicoletta Martinelli, Lo scienziato Mancuso: «L’IA in mano a pochi. Il rischio è che finisca con l’addomesticarci».





