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A Los Angeles è nato Dataland , il museo che fa dialogare tecnologia e arte con il pianeta (non a caso la prima mostra è sulla foresta pluviale). Il fondatore, Refik Anadol : «Ora possiamo arrivare a connetterci con la natura in un modo prima inim-maginabile». Lo abbiamo visitato
da Los Angeles (Usa) enrico rotelli
Per migliaia di anni gli esseri umani hanno reagito alle opere d’arte, ma può un’opera d’arte reagire a noi spettatori? È questa la domanda alla base di Dataland, il primo museo di intelligenza artificiale al mondo, che inaugura questo fine settimana a Los Angeles. Situato tra le torri del complesso Grand L.A. disegnato da Frank O. Gehry, di fronte alla Walt Disney Concert Hall, il progetto è firmato dallo studio di Refik Anadol, artista multimediale nato a Istanbul nel 1985 e arrivato a Los Angeles nel 2012 per frequentare il Dipartimento di Design Media Arts della Ucla, dove oggi insegna. Tra i suoi lavori figurano Living Architecture sulla facciata di Casa Batlló a Barcellona, Machine Hallucinations: Unsupervised, tra le prime opere generate dall’intelligenza artificiale esposte al Moma di New York, e Echoes of the Earth: Living Archive alle Serpentine Galleries di Londra.
Con Dataland, Anadol e la cofondatrice Efsun Erkılıç, moglie di Anadol, anche lei di Istanbul, danno vita a un museo che comunica con il resto del pianeta: un sistema tecnologico che vuole essere un’opera d’arte e allo stesso tempo essere capace di ascoltare, rispondere e ricordare. «La prima volta che siamo entrati in questi spazi non c’era assolutamente nulla», racconta Refik Anadol con entusiasmo contagioso durante una visita privata alla vigilia dell’inaugurazione. «Per realizzarlo ci sono voluti sedici mesi, più altri otto per integrare l’intera tecnologia».
Perché avete scelto di iniziare con una mostra intitolata «Machine Dreams: Rainforest»?
«La natura è sempre stata al centro del mio lavoro e una mostra sulla foresta pluviale è un segno di rispetto e amore nei suoi confronti. Non si tratta di sostituirla né di immaginare un futuro alternativo, ma di entrare nella mente della macchina o nei suoi sogni per percepire ciò che è impossibile ai sensi umani. L’idea è che ora possiamo arrivare a sentire e a connetterci con la natura in un modo che prima non credevamo possibile, garantendo al tempo stesso che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sia etico e sostenibile».
Anche dal punto di vista energetico?
«L’energia utilizzata per ogni spettatore è all’incirca pari a quella necessaria per ricaricare uno smartphone. Utilizziamo energia rinnovabile a basse emissioni di carbonio e riduciamo l’impatto ambientale al minimo».
Come avviene il dialogo tra Dataland e la natura?
«Al centro di tutto si trova il Large Nature Model, un sistema di intelligenza artificiale costruito a partire da uno dei più vasti archivi della storia ecologica della Terra. Non è stato progettato per replicare la natura, ma per ascoltarla e assorbirne la complessità. L’archivio è stato raccolto con grande rispetto e si alimenta continuamente del mondo che esso stesso ascolta. È in costante evoluzione».
Come è stato raccolto questo archivio?
«I dati sono stati acquisiti in modo etico da istituzioni come lo Smithsonian, il Getty Conservation Institute, il Natural History Museum di Londra. Poi ci sono i dati raccolti dal nostro studio nel corso di spedizioni dirette in sedici foreste pluviali».
Che ruolo ha lo spettatore?
«Può scegliere se essere un semplice visitatore oppure partecipare attivamente: in questo secondo caso riceve un sensore dotato di un identificativo univoco a due cifre. Lo allaccia al polso, così da permettere al sistema di rilevare le reazioni del corpo — come ad esempio il battito cardiaco e l’attività elettrica della pelle — rispetto all’opera d’arte che lo circonda. L’esperienza si arricchisce ulteriormente grazie all’olfatto, il linguaggio più antico che possediamo: gli odori aggirano la logica e parlano direttamente alla memoria. Invece di riempire le sale con un unico profumo, una volta rilevato il ritmo dello spettatore il sistema attinge al proprio archivio e sintetizza una sequenza di molecole, diffondendole attraverso un dispositivo indossato al collo».
Come si crea il dialogo con noi?
«Dataland si connette alle stazioni meteorologiche di tutto il pianeta: percepisce la natura e percepisce noi, fondendo tutto in un’unica opera d’arte. Con un miliardo e mezzo di pixel, è la più grande istituzione culturale mai realizzata in termini di spazio visivo digitale».
Più della Sfera di Las Vegas?
«La Sfera ne ha 250 milioni: Dataland è quindi circa sei volte più esteso e, al tempo stesso, molto più denso, tanto che i pixel scompaiono. Lo spettatore non può vedere nessun cavo: la tecnologia è volutamente invisibile per lasciare spazio all’opera e alla luce. Il sistema audio, composto da trecento canali, funziona in tempo reale, adattandosi alle emozioni e ai movimenti dei visitatori: più ci si muove, più le opere reagiscono».
Come è suddiviso il museo?
«Machine Dreams: Rainforest, che inaugura adesso e va avanti fino alla fine di gennaio, è articolata in cinque capitoli. Prima di tutto, se vogliamo interagire con l’opera, dobbiamo raccogliere i nostri dispositivi. Se invece preferiamo essere un fantasma, il museo non ci disturberà. Il primo capitolo è il Data Pavillon, dove i dati invisibili del pianeta assumono forma visiva e spaziale e i movimenti dei visitatori plasmano ciò che appare. Il secondo è la Latent Gallery, un archivio aperto da esplorare, toccare con mano per immaginare di ricreare qualcosa insieme alla natura con il Thinking Brush, l’algoritmo che trasforma enormi quantità di dati in arte visiva dinamica. Che sia una foglia o un polpo, l’algoritmo capisce che cosa vuoi disegnare e si basa sulle sue caratteristiche biologiche. È un pennello “pensante”, un esperimento davvero entusiasmante. Per creare un museo veramente omnisensoriale, che coinvolga tutti e cinque i sensi, in questa galleria abbiamo dato spazio anche al sapore. Abbiamo collaborato con la Valerie Confections di Los Angeles e realizzato i data-chocolate: piccole sculture commestibili ispirate alle essenze della foresta, come miceli, nettare o fumo. L’idea è chiedersi che cosa succede se il modello naturale è capace di comprendere il gusto».
Ok. Proseguiamo con gli altri capitoli.
«Il terzo è l’Infinity Room, dove i confini della realtà si dissolvono. Non so quante volte lei è stato in una foresta pluviale, ma è un’esperienza che ti cambia la vita. In questa stanza gli spettatori vengono trasportati nel mito del popolo Yamanawa in cui un colibrì di vetro chiamato Ruwe Pinu vola verso l’albero della saggezza per coglierne l’ultimo respiro. È un richiamo a prendersi cura della natura e a essere prudenti. È un modo diverso di usare le regole dell’infinito che suscita emozioni molto intense ed è il nostro primo esperimento narrativo. Segue Sanctuary, uno spazio di quiete in cui la presenza collettiva dei visitatori e le emozioni che hanno vissuto trasformano l’opera d’arte in un dipinto in tempo reale. In questa sala viene inoltre rivelata l’ultima fragranza, il “fiore della luna” (Moonflower), una specie rara dell’Amazzonia che sboccia una sola notte, il cui profumo è stato catturato in collaborazione con L’Oréal senza danneggiare il fiore. Segue un ulteriore momento artistico accompagnato dal canto curativo Yawanawa, pensato per favorire un riequilibrio emotivo dopo l’esperienza coinvolgente e collettiva. Sullo schermo lo spettatore può cercare il proprio codice identificativo e leggere le percentuali che lo riguardano. I dati vengono visualizzati in forma aggregata e l’esperienza si rigenera continuamente in base al gruppo presente».
Quali artisti l’hanno ispirata per dare forma alle sue opere?
«Per questa galleria una grande ispirazione è stata Rothko. Quando entri in Sanctuary hai la sensazione che sia qualcosa di più grande di te, percepisci una sorta di spiritualità. È come entrare in un luogo sacro. Ecco, quella sensazione nasce proprio da un’immaginazione simile a quelle di Mark Rothko, ma mi hanno ispirato anche Claude Monet, James Turrell, Willem de Kooning, Yayoi Kusama e tanti altri. Le nostre non sono solo proiezioni su schermi, siamo molto seri, eleviamo l’arte. Credo di conservare il ricordo di tutte queste persone legate alla storia dell’arte. Dataland rappresenta un’innovazione e una scoperta».
Che cosa ci aspetta nel capitolo finale di «Machine Dreams: Rainforest»?
«Il percorso di ciascun visitatore è custodito in un “data token” che, al termine della mostra, dà accesso all’archivio per creare un ricordo tangibile dell’esperienza».
Che cosa fate con i dati degli spettatori?
«Dataland è concepito come uno spazio etico e i dati vengono restituiti agli utenti, che possono decidere come utilizzarli. Tutto è anonimo e comunque dopo trenta giorni il sistema li cancella».
Come risponde agli artisti che si preoccupano per il diffondersi dell’uso dell’intelligenza artificiale?
«Semplice: che la soluzione è già qui nei nostri dati e nel nostro modello. Non vedo un piano B».
E agli scrittori che hanno fatto causa alle aziende di IA?
«Se la scrittura fosse il mio mezzo espressivo, potrei dire di più, ma non so cosa questo significhi per chi scrive. Come artista visivo, non è un problema se il mio lavoro viene utilizzato per addestrare un modello di intelligenza artificiale. Non lo è perché già copiano il mio lavoro e chi lo fa è un essere umano. Da quanto ne so, almeno una ventina di persone. Ho sentimenti contrastanti. Se il mio lavoro non fosse mai stato copiato da altri esseri umani, forse avrei una risposta differente. Usare un pennello è diverso dall’usare una macchina per scrivere. La macchina per scrivere è in un certo senso legata all’occhio della mente; il pennello implica altri parametri, stili e colori. Per questo, l’unica soluzione che vedo per gli artisti visivi è di addestrare i modelli. Dobbiamo farlo, perché un piano B non esiste, lo ripeto. E dobbiamo farlo bene, con onestà e apertura».
Per lei l’IA non è solo uno strumento…
«Per nulla. L’intelligenza artificiale è collaborazione tra uomo e macchina. Credo che questo sia il modo giusto di procedere, perché se non si dice al mondo che è possibile, le persone si chiudono in sé stesse e sbarrano le porte all’intelligenza artificiale».
C’è un motivo particolare per cui ha scelto Los Angeles?
«È la mia città. Sono qui da tantissimi anni, ma anche perché questa città è piena di creatività e credo che abbia un costante bisogno di innovazione e scoperta. È la patria del cinema e della musica, qui ci sono opera e balletto, e vogliamo portare l’arte IA allo stesso livello».
Prossima tappa l’Europa?
«Perché no? Magari a Londra o Parigi… ovunque ci sia un richiamo, troveremo il modo di andarci».





