
Il sogno e la prova
21 Giugno 2026
Qui batte il cuore dell’IA
21 Giugno 2026Timnit Gebru ha passato gli ultimi anni a smontare una parola e l’aura che la circonda. La parola è “intelligenza artificiale”, e l’aura è quella di una divinità in costruzione: un’entità onnisciente, neutrale, inevitabile, che sta arrivando per conto suo e a cui non resta che adeguarsi. Gebru — l’informatica di origine etiope che fu allontanata da Google dopo aver sollevato dubbi etici, e che da allora è diventata una delle voci più ascoltate tra i critici delle grandi piattaforme — fa l’operazione opposta a quella della pubblicità: stacca il prodotto dal mito e lo riattacca a chi lo fabbrica. I programmi che oggi chiamiamo intelligenti, dice, non pensano: sono pappagalli sofisticati, restituiscono schemi ricavati da quantità sterminate di parole umane, in larga parte prelevate dalla rete senza consenso e senza rispetto del diritto d’autore. Sono costruiti in Occidente, su dati dell’Occidente, e ne incarnano valori e principi: l’Africa, le sue lingue, la sua memoria orale, ne restano fuori, perché ciò che non si può “raschiare” da un sito semplicemente non esiste, per quei sistemi. E sono il frutto di un gruppo ristretto e omogeneo di persone, in pochi quartieri del mondo, che stanno scrivendo il codice destinato a governare le vite di tutti gli altri. La sua immagine più tagliente è quella della marea nera: hanno riversato l’equivalente di una fuoriuscita di petrolio nell’ecosistema dell’informazione. La domanda allora non è se la macchina sia intelligente. È un’altra, molto più antica e molto più scomoda: chi ne ricava il profitto, e chi deve smaltire i rifiuti? Chi costruisce il futuro, e per chi?
Tenete questa domanda e spostatela, nello stesso giro di giorni, su un terreno che sembra lontanissimo: un festival di musica elettronica. Sónar, a Barcellona, è da trent’anni il tempio europeo del matrimonio tra suono, tecnologia e avvenire — la sezione che si chiama Sónar+D è precisamente la liturgia di quel matrimonio, la celebrazione annuale del futuro come festa. La superficie è scintillante, libera, creativa. Sotto la superficie, però, c’è una struttura di proprietà che con la festa e con la libertà ha poco a che vedere. Sónar appartiene a Superstruct, colosso che possiede una ottantina di festival nel mondo; e Superstruct, dal 2024, è in mano a KKR, uno dei più grandi fondi di private equity del pianeta, il cui capitale risulta intrecciato — secondo le ricostruzioni che hanno alimentato la protesta — ad armamenti, estrazione fossile, infrastrutture su terre indigene contese, e a società legate all’occupazione dei territori palestinesi. Da qui l’ondata di defezioni: decine e decine di artisti che si sono rifiutati di suonare, una campagna di boicottaggio sostenuta dal movimento BDS, persino il ministro della Cultura spagnolo che ha dichiarato KKR “non gradito”. I tre fondatori, dopo trent’anni, se ne sono andati. E il festival, messo alle strette, ha opposto la difesa più rivelatrice di tutte: noi non abbiamo alcun controllo sulle scelte d’investimento del nostro proprietario.
È esattamente lì che le due storie si toccano. Perché “noi non controlliamo il fondo che ci possiede” è la versione festivaliera del mito che Gebru combatte: l’idea che la tecnologia sia un dio autonomo, una forza che accade da sé, e non il prodotto di proprietari precisi con interessi precisi. In entrambi i casi la superficie luminosa — l’algoritmo onnisciente, la festa del domani — viene presentata come neutra, inevitabile, scollegata dalle mani che la posseggono. E in entrambi i casi quella presunta autonomia serve a una cosa sola: a permettere a chi possiede di incassare il prestigio e declinare la responsabilità. Il dio non risponde a nessuno; e nemmeno, a quanto pare, il fondo.
C’è poi un secondo strato, che è quello che dovrebbe interessarci di più. In tutte e due le vicende ciò che resta in superficie è il nome, mentre la sostanza è migrata altrove. “Sónar” continua a evocare i suoi fondatori, l’avanguardia degli anni Novanta, una comunità creativa: il marchio porta ancora la fiducia e il senso che la proprietà, intanto, ha cambiato natura. “Intelligenza artificiale” continua a evocare intelligenza, progresso, oggettività: la parola fa da anestetico mentre la cosa è un manufatto industriale di pochi. Il nome rassicura, e proprio rassicurando impedisce di guardare sotto. È un meccanismo che dovremmo riconoscere bene, perché è lo stesso con cui un’istituzione qualsiasi — una banca, un patrimonio, un servizio pubblico — conserva l’insegna affettuosa di un tempo mentre il controllo passa a soggetti che con quella storia non c’entrano nulla. La logica è identica: tieni il nome come sedativo, sposta la sostanza al buio.
E c’è un terzo strato, la stessa economia che alimenta entrambe le promesse di futuro. La marea nera di dati di cui parla Gebru — prelevati senza consenso, profitto concentrato, scorie esternalizzate su chi non ha voce — è cugina dell’estrazione su cui poggia il capitale che oggi possiede la festa: minerali, energia, terre, lavoro invisibile, sempre prelevati da una parte e capitalizzati dall’altra. L’algoritmo e il rave girano, in fondo, sullo stesso motore. Il “futuro” che ci viene venduto come liberazione è, sotto, una concentrazione di proprietà come non se ne vedevano da molto tempo.
La reazione di Barcellona — il ministro che dichiara il fondo sgradito, la città che mette in discussione i contratti — è la versione culturale di una domanda che attraversa anche terreni ben più pesanti, dalle banche alle infrastrutture strategiche: fino a che punto una comunità può difendere la sovranità su ciò che la costituisce, quando la proprietà si fa globale, opaca e finanziaria? La risposta non è scontata, e per ora è parziale. Ma la lezione che lega l’informatica etiope e il festival catalano è netta, e vale per chiunque organizzi cultura, anche nel più piccolo dei luoghi: il futuro non è mai neutro, appartiene già a qualcuno, e l’unica libertà che merita il nome comincia dal coraggio di chiedere a chi. Gebru lo dice degli algoritmi, gli artisti di Sónar lo hanno detto del loro palco. È la stessa frase. Conviene impararla a memoria, prima che ce la cantino come una buona notizia.





