
Chigiana. Domenica 26 luglio 2026, allo Spazio Dante Cappelletti di Piancastagnaio, ore 18,30
20 Luglio 2026
Moment Of Surrender
20 Luglio 2026
Daniel Mendelsohn racconta l’anno in cui suo padre Jay, informatico in pensione di ottantun anni, gli chiese di sedersi tra le matricole del suo seminario sull’Odissea al Bard College. Ogni venerdì mattina, per quindici settimane, il vecchio arrivava dalla casa di Long Island in cui era entrato un mese prima che nascesse quel figlio, e da cui sarebbe uscito per l’ultima volta un anno dopo, esattamente nel giorno anniversario della prima lezione. Prendeva posto in un’aula di ragazzi che avevano un quarto dei suoi anni e, contrariamente alle promesse fatte, parlava.
Il cuore del racconto è il suo dissenso. Matematico di formazione, uomo delle equivalenze secche — una cosa è quella cosa, punto — non tollerava Odisseo: bugiardo, adultero, piagnucoloso, e soprattutto perdente, perché che razza di comandante torna a casa da solo dopo aver imbarcato dodici navi. Ma l’imputazione vera il figlio la comprende solo a metà semestre, quando il padre pronuncia la parola helpless: Odisseo riceve continuamente l’aiuto degli dèi, e per un uomo che aveva imparato da solo sui manuali della biblioteca pubblica a riparare la Chevrolet del ’57, a montare poltrone, a costruirsi un bar in casa, farsi aiutare significa barare. L’insofferenza per la religione era, in fondo, insofferenza per la dipendenza.
Finito il corso si imbarcano insieme su una crociera tematica che ricalca la rotta del ritorno: Troia, Pilo, la grotta di Calipso a Gozo, lo stretto di Messina, l’ingresso degli inferi presso Napoli. Il vecchio si ammorbidisce lentamente, tra i Martini serali e le canzoni di Rodgers e Hart al pianoforte del bar, e conia la formula che diventerà il ritornello del viaggio: le rovine deludono, il poema è più reale dei luoghi. Il momento più bello è però un rovesciamento. Davanti alla grotta di Calipso è il figlio, claustrofobico, a restare paralizzato dalla paura, ed è il padre a prendergli la mano e ad accompagnarlo dentro e fuori; la sera, davanti agli altri passeggeri, racconta la scena all’incontrario — è stato Dan ad aiutare me, un vecchio in difficoltà con le salite — regalandogli così la dignità del silenzio.
A Itaca non arrivano mai. Uno sciopero contro le misure di austerità chiude il canale di Corinto e la nave deve circumnavigare il Peloponneso. Al posto dell’isola il capitano chiede a Mendelsohn, traduttore di Kavafis, una lezione sulla poesia Itaca, e da lì nasce la conversazione finale, di notte, mentre fanno le valigie: sul viaggio e sulla meta, su Tennyson e su quell’Ulisse che scopre insopportabile il ritorno, e infine sulla morte. Il padre risponde con la lucidità aritmetica di sempre: essere morti non è niente, è zero; quello che teme è il prima, lo sfaldarsi, il diventare irriconoscibile come sua madre malata di Alzheimer. Quello, dice, è peggio di zero, è un numero negativo.
E qui il poema si richiude sul racconto stesso, perché l’Odissea è anche la storia di un uomo così abile nel travestirsi da faticare, tornato, a dimostrare di essere se stesso: che cos’è il sé, quando il corpo e la mente si trasformano. Pochi mesi dopo il rientro il padre inciampa in un parcheggio, e da lì l’ictus che lo lascerà immobile, muto, irriconoscibile. Il mancato approdo diventa allora la cosa più odissiaca dell’intero viaggio, perché finché non si arriva la storia può continuare. L’ultima battuta resta al vecchio, ed è una vittoria dialettica: se il luogo non l’abbiamo visto e il poema rimane, allora avevo ragione io.
tratto da: https://www.newyorker.com/





