
Riprendersi lo sguardo
26 Luglio 2026
Foo Fighters – Everlong
26 Luglio 2026
Due letture, questa volta, che a prima vista non hanno nulla in comune: un padre che legge l’Odissea al figlio di tre anni, raccontato dall’Atlantic, e l’inchiesta di Jia Tolentino sul New Yorker su come la chirurgia estetica abbia smesso di correggere un difetto per diventare una forma di manutenzione preventiva. Eppure, se le si tiene insieme, dicono la stessa cosa da due versanti opposti. Parlano entrambe del nostro rapporto con il tempo, e di che cosa significhi — per un corpo, per un volto, per una forma — durare.
Comincio dalla scena più tenera. Un bambino di tre anni ascolta, prima di addormentarsi, il poema più antico che abbiamo, e invece di avere gli incubi resta rapito. È un piccolo miracolo, se ci si pensa: un testo che apre nel mezzo dell’azione, che dà per scontata una guerra durata dieci anni, che intreccia piani temporali come un thriller e che è pieno di violenza e di inganni, tiene inchiodato un bambino piccolissimo. Funziona perché sotto la complicazione c’è un nucleo semplice e universale: un padre che vuole soltanto tornare a casa, e per riuscirci deve attraversare mostri, maghe, dèi in collera. Funziona anche per le formule ripetute, quegli epiteti che tornano identici ad ogni comparsa dei personaggi e che per un bambino assonnato diventano una culla, un segnale che gli ricorda sempre chi sta parlando e chi è. E funziona perché il padre che legge fa da editore in tempo reale, addolcisce l’occhio del ciclope trafitto e la strage dei proci, sposta l’accento dal sangue al coraggio e all’astuzia.
Ma la ragione più profonda per cui quel poema regge tremila anni è un’altra, e riguarda proprio il tempo. L’Odissea è fatta di tempo: racconta un uomo invecchiato di vent’anni dalla guerra e dal mare, il cui unico senso è il ritorno, il nostos. E quando finalmente torna, non viene riconosciuto dalla bellezza, ma da una cicatrice: la vecchia ferita che le mani della nutrice ritrovano al buio, mentre gli lava i piedi. Il corpo, lì, è l’archivio di una vita; e il riconoscersi è l’incontro con ciò che il tempo ci ha scritto addosso. Il poema dura perché dice la verità su ciò che passa, e proprio per questo può essere consegnato — a tarda sera, da una forma antichissima a un bambino di tre anni — intatto.
L’inchiesta di Tolentino racconta esattamente la fantasia opposta. Il volto non viene più corretto per un difetto, ma mantenuto in via preventiva, ritoccato prima ancora che il tempo abbia potuto lasciare il suo segno. È la logica di ottimizzazione che ha guidato per un quarto di secolo la Silicon Valley, arrivata finalmente sulla carne: procedure insieme più invisibili e più estreme, un lifting profondo in cui, recisi i legamenti sotto lo zigomo, i lineamenti si muovono tutti d’un pezzo come una maschera; nove interventi in una sola seduta; e una convergenza di tutti verso un’unica faccia filtrata, senza età e senza luogo — quella «faccia da Instagram» che potrebbe appartenere a chiunque, e dunque a nessuno. Un volto, scrive lei, più perfetto sul piano tecnico e più muto su quello umano: carico di informazione e privo di storia. Ciò che questa manutenzione cancella è precisamente quello per cui l’Odissea fa riconoscere il suo eroe: la cicatrice, la ruga, l’asimmetria, il segno con cui gli altri ci individuano.
Ed ecco l’antitesi in tutta la sua nettezza. Il poema sopravvive a tre millenni perché accoglie ciò che passa e lo trasforma in senso; il volto mantenuto prova ad abolire ciò che passa, e finisce per abolire la persona. Da una parte c’è la trasmissione: una forma che si consegna da un corpo vecchio a un bambino, un dono fra le generazioni, un patto che non chiede nulla in cambio e lascia una memoria più durevole di qualunque schermo. Dall’altra c’è la sostituzione: un volto rimpiazzato senza fine dalla propria immagine ottimizzata, una manutenzione che non finisce mai e, come ogni rendita, non restituisce niente. È di nuovo la vecchia partita tra il nome e la sostanza. Il volto non è una superficie da migliorare: è l’unica cosa che davvero ci interpella, che chiede di essere ricevuta e riconosciuta prima ancora di essere giudicata. Ridotto a immagine, a dato, a maschera, perde proprio ciò che ne faceva un volto.
Non è nostalgia della vecchiaia, e nemmeno un elogio della trascuratezza. È che molte culture hanno letto nel viso segnato dagli anni un testo, una prova di esperienza, quasi un titolo; la nostra prova a lisciarlo dentro un presente permanente e senza racconto, dove nessuno invecchia perché nessuno accetta di aver vissuto. Ma un viso che non porta traccia di ciò che ha attraversato è anche un viso che non può più essere riconosciuto. E chi non può essere riconosciuto non può più dire, tornando, la frase che chiude ogni Odissea: sono io, sono tornato.
È questo, in fondo, il paradosso che le due letture illuminano a vicenda. Ciò che dura non è ciò che si sottrae al tempo, ma ciò che accetta di passare — e di essere trasmesso. Il bambino che stanotte si addormenta sulle peregrinazioni di Ulisse riceve, senza saperlo, una forma che ha già attraversato cento generazioni e ne attraverserà altre; e la porterà con sé molto più a lungo di quanto durerà qualunque volto perfetto. Perché alla fine è la cicatrice, non la maschera, ciò che ci rende riconoscibili — a noi stessi e agli altri — nel momento in cui, dopo il lungo giro, finalmente si torna a casa.





