Carlo Mollino: chi era costui? Ancora a vent’anni dalla morte in una Torino distratta dalle ferie agostane (1973), questa domanda avrebbe avuto senso, vista l’indifferenza e il silenzio che ne avevano caratterizzato buona parte della vita. Ma oggi che le quotazioni dei suoi eccentrici arredi (disegnati per le case di pochi amici ed estimatori) hanno sbancato il bollettino dei record d’asta con quotazioni a plurimi zero, ci si potrebbe chiedere perché un altro libro sull’architetto torinese, su cui è stato scritto di tutto (un numero impressionante di contributi di ogni genere, dalle lussuose monografie alle esposizioni, ai cataloghi d’asta e al film documentario)?
Eppure, in un panorama così ricco, a parte alcuni preziosi contributi scientifici, permane (ed è ragione del suo inesauribile fascino) la fama dell’eroe solitario, del bad boy del design, del sulfureo inventore di trabiccoli per volare e di estrose macchine da corsa, di erotomane, anche, che utilizzava la fotografia per ricreare realtà impossibili: il prototipo insomma del solitario geniale, litigioso, fuori dalle righe nonostante la rigida educazione sabauda nello studio del padre, l’ingegner Eugenio, prestigioso professionista della migliore Torino. «A 68 anni – lo ricordava Bruno Zevi nel necrologio all’indomani della scomparsa – Mollino era ancora un incorreggibile ragazzaccio, scontroso, spesso addirittura disadattato. Sconcertava tutti, nostalgici e ultramoderni perché non obbediva a nessuno».
Oggi invece Mollino piace a tutti per la forza di immagini che sfidano persino gli algoritmi della più sofisticata AI: ma buona parte di questa fortuna è alimentata dal mercato antiquario, da grandi collezionisti che si contendono le rare reliquie del suo magistrale artigianato. Nel 2020, un tavolo esposto nel 1950 al Brooklyn Museum di New York per la mostra «Italy at work» – “Vertebra”- è passato di mano per la strabiliante cifra di 6.181.350 dollari, consentendo al museo di ripianare il suo bilancio e fare nuovi investimenti.
Analogo discorso per le “pruriginose” polaroid – a lungo rinchiuse nel segreto dell’archivio – che oggi girano il mondo scambiate per non meno di 5mila euro ognuna.
Per mitigare il mito proteiforme dell’architetto del Regio Teatro, del fotografo, del designer involontario (odiava la parola design e il concetto di serie), dell’autore di romanzi, dello scrittore di saggi (Introduzione al discesismo, Il messaggio della camera oscura), dell’inventore meccanico (il Bisiluro con cui gareggiò alla 24 ore di Le Mans), dell’ermetico regista di ambientazioni come l’ultimo alloggio in via Napione (in cui tra l’altro non abitò mai, oggi casa- mausoleo, oggetto di centellinati pellegrinaggi come quelli di Madonna e Patti Smith), abbiamo scelto di adottare il metodo dell’enciclopedia con il format dalla A alla Z: frantumando il romanzo della “vita spericolata”, in 68 lemmi scritti da 36 autori (Carlo Mollino, A-Z, a cura di Fulvio Irace e Sergio Pace, pagg. 256, € 35, Electa) È stato come estrarre pepite da un magma che non scorre mai lineare, dove ogni voce può , anzi deve, essere letta a sé per poi inevitabilmente rimandare ad altre, sollevando domande e sollecitando risposte. Ogni voce esplora angoli meno noti o evidenti della sua sensibilità d’artista e della sua puntigliosità di costruttore, consentendo al lettore di costruirsi la propria visione di questo beffardo gambler di identità che usava l’ironia per smascherare il conformismo della sua città natale, le ipocrisie dei suoi ceti dirigenti (a partire da quelli della Fiat) che ne giudicavano con diffidenza l’enorme talento.
Nella company town che aveva soffocato sotto il miraggio dell’industria la sua anima barocca, Mollino si identificava con Alessandro Antonelli, autore della acrobatica “Mole” che erompeva dalle quadrature monotone della città per farsi “forma”, come scrisse in un memorabile saggio scritto in tempo di guerra: «forma è il mezzo attraverso il quale avviene la comunicazione; con forma si identica la costruzione insieme con la decorazione».
Quasi una spiegazione autobiografica per lui che riteneva che «tutto fosse possibile salva la fantasia» e che le curve barocche usò come un prestigiatore per realizzare tavoli, sedie, poltrone come fossero complesse opere di ingegneria strutturale capaci di librarsi dal suolo e quasi prendere il volo. Convinto che l’architettura nasca dal moto, trasformò le tipologie di mobili più comuni in artifici d’equilibrio: giunti e tiranti come se fossero tendini, schienali come spine dorsali, braccioli in aggetto come braccia prensili, sedute di sedie e sgabelli che si dividono e modulano in due al pari di natiche: come quelle che regalò alla figlia dell’amato Ponti, Lisa, per il suo matrimonio e che negli anni 80 furono vendute a una collezionista americana che a sua volte ne scambiò una con una grande tela di Julian Schnabel.
Su queste stesse sedie, negli anni 60, aveva fatto accomodare i corpi seducenti di modeste lavoratrici di strada, mettendole in posa in ambientazioni teatrali: materia incandescente da tenere chiusa a chiave insieme ai cataloghi di lingerie femminile di cui era grande ammiratore, e che oggi, a fronte delle nudità di Only Fans, sembrano reperti dell’era in cui i barbieri donavano cartoline profumate di donne discinte ai loro clienti più affezionati.
Sono forse quelle «piacevoli, lussuriose, erotiche feste care ai tuoi occhi» che l’amica e committente Ada Minola scherzosamente gli rimproverava quando non si presentava ai suoi appelli mondani?
Mollino amava le donne ma morì scapolo e in solitudine: le più belle, come Lina Suwaroski, le aveva fotografate in Casa Miller, in realtà un bilocale in affitto, trasformato in set da shooting , contagiato dal virus surrealista di Man Ray e Jean Cocteau: un fantasma fasciato di raso, un’apparizione sul bilico di una porta o di fronte a uno specchio, che tra le mani regge un capitello in gesso come se fosse un corsetto.
Solo con la pittrice Carmelina De Piccolis (l’adorata Tampì, in torinese «pazienza. Tanto peggio») fu per poco vicino a un’intesa , interrotta nel 1953 da un doloroso diniego: «mi sono cadute le ali dal cuore». Né andò meglio con Carol Rama che una volta confessò: «ogni tanto Carlo mi faceva lingua in bocca. Lo avrei anche sposato, ma era molto più vecchio di me».







