
Per conto di chi
25 Giugno 2026
Per memoria
25 Giugno 2026
Per capire l’OPAS che Intesa Sanpaolo ha lanciato l’8 giugno su Monte dei Paschi conviene, almeno per un momento, allargare lo sguardo oltre Siena. Non perché la città conti poco — qui si gioca un pezzo di storia e di identità — ma perché la stampa nazionale e internazionale ha già spostato altrove il baricentro, e capire dove serve a non combattere la battaglia sbagliata. L’oggetto della contesa non è una banca dal radicamento territoriale: è il tredici per cento delle Generali che il Monte possiede attraverso Mediobanca, e che l’operazione di Carlo Messina porterebbe sotto l’ala della prima banca del Paese.
Trenta miliardi e seicento milioni, un premio del dodici e mezzo per cento, la nascita della seconda banca dell’eurozona per capitalizzazione: questi i numeri d’apertura. Ma la cifra che spiega l’operazione non è il prezzo, è quella quota assicurativa. Intesa aveva tentato di comprare le Generali nel 2017, vi aveva rinunciato, aveva poi costruito in proprio l’attività assicurativa. Ora torna sul Leone per via indiretta, e lo fa con una mossa che molti hanno letto come la confessione del vero obiettivo: l’acquisto contestuale, coperto da derivati, di un ulteriore tre per cento della compagnia triestina. Una posizione «temporanea», la chiama Messina, per disinnescare contromosse difensive come quella del 2017. A operazione compiuta, Intesa sarebbe primo azionista del Leone con il sedici per cento. Un’offerta di questa misura non si costruisce per le filiali di Siena: si costruisce per Trieste.
È per questo che il dossier è diventato una questione di Stato. Il governo, che nell’ultimo anno aveva fermato la scalata di UniCredit a Banco BPM con il golden power, qui ha scelto la neutralità. Ma è una neutralità dalla grammatica scivolosa. Giorgetti annuncia che il Tesoro resterà neutrale e uscirà dalla quota residua, salvo aggiungere che «in astratto può anche capitare di dover valutare se ci sono delle prescrizioni». La formula va letta due volte: la neutralità dichiarata non esclude il potere d’oro, lo trattiene in riserva. E le autorizzazioni che Intesa dovrà chiedere entro fine mese — Consob, Bankitalia, BCE, Palazzo Chigi per il golden power, Ivass per la quota in Generali — sono altrettanti punti in cui quella riserva può farsi condizione.
Il fronte assicurativo è quello più sorvegliato. L’Ivass ha già annunciato che verificherà i presupposti prudenziali sul passaggio del Leone. E in Parlamento la vicepresidente della commissione Banche, Cristina Tajani, ha intimato a Giorgetti di fare «l’arbitro, non il giocatore», minacciando di chiamare il governo a riferire in aula.
Oltre confine la sproporzione si fa evidente. Reuters e la cronaca finanziaria anglosassone raccontano la più grande operazione bancaria mai vista in Italia come un ridisegno della mappa europea del credito: il gruppo risultante ridurrebbe il distacco da Santander e scavalcherebbe BNP Paribas e UniCredit. In quella geografia Siena tende a comparire come il nome di un asset che viene spostato, più che come il luogo dove si decide: è il limite dello sguardo esterno, che vede i grandi numeri e non le radici. La mossa di Messina, annota Reuters, colpisce UniCredit — tagliata fuori dopo aver costruito una quota in Generali — e neutralizza Banco BPM, perché le regole sull’offerta impediscono al Monte di accordarsi con altri senza via libera assembleare.
La partita non è chiusa: UniCredit, BNP Paribas, Deutsche Bank e Santander osservano, e Orcel è il primo che gli analisti non escludono possa sedersi al tavolo. Per chi vuole entrare in Mediobanca, e attraverso Mediobanca rafforzarsi nelle Generali, il Monte vale assai più della sua dimensione operativa: è un crocevia, non una banca commerciale.
Il calendario scandisce i tempi: documento d’offerta entro fine giugno, assemblea Intesa sull’aumento di capitale il dieci settembre, avvio dell’offerta tra fine settembre e dicembre, perfezionamento entro l’anno.
In questo quadro, Siena fa la sua parte con i margini che ha. Il consiglio comunale si è mosso compatto, ha chiesto il golden power, ha aperto un tavolo interistituzionale: sono gli strumenti a disposizione di una comunità che non siede ai tavoli dove si firma, e usarli è giusto. Ma proprio per questo vale la pena essere lucidi su dove quegli strumenti possono arrivare. La leva locale può far valere una voce, non deviare il binario su cui corre l’asset conteso.
Resta infatti l’osservazione che vale più di ogni cifra. Il governo evoca il golden power non per difendere un territorio, ma per ciò per cui quello strumento esiste: l’interesse nazionale. E qui l’interesse nazionale ha un nome solo, e non è Monte dei Paschi. È Generali — cassaforte del risparmio degli italiani, tra i maggiori detentori del debito pubblico. È lì che si deciderà quanto il potere d’oro morderà. Tutto il resto è la cornice di una partita che, alla fine, si gioca su Trieste.





