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24 Giugno 2026C’è un racconto, in questi giorni di festa biancoverde, che non ha protagonista al singolare, perché la Mens Sana non è mai stata un uomo: è stata un corpo. Lo dice il nome stesso, che è un nome raro perché non indica una cosa ma una relazione — mens sana in corpore sano — una salute che non abita la testa ma le membra, e che esiste solo finché le membra reggono insieme. Tutto ciò che di vero si può dire della promozione in B nazionale comincia da qui: da un nome che, a differenza di tanti altri nomi cari ai SENESI, in questi anni non si è svuotato. Si è solo, per un tempo lunghissimo, dovuto reggere quasi da solo.
Conviene ricordare da dove si torna, perché la festa di Palazzo Pubblico e la cena in Piazza hanno senso solo sul fondo della caduta. Per un decennio questo corpo ha vinto in Italia e ha guardato l’Europa negli occhi, ha riempito di trofei una bacheca che è poi stata, in parte, smontata pezzo per pezzo: titoli revocati, una storia rimessa in discussione a tavolino, due fallimenti, la discesa dai palcoscenici continentali alle palestre di provincia. È la parabola che meglio conosciamo, qui: l’ascesa che diventa scintillio, lo scintillio che diventa illecito, l’illecito che diventa cenere. E quando una città ha visto la propria immagine più luminosa rovesciarsi nel suo contrario, impara — o dovrebbe imparare — una lezione sui nomi e sulle sostanze che vale ben oltre il parquet.
Perché ciò che è sopravvissuto alla caduta non è stata una struttura, non un bilancio, non un vertice. È stata un’affezione. Il fatto che il basket mensanino sia ripartito dalle categorie più basse e abbia trovato, ogni sabato, qualcuno disposto a esserci, è il dato politico — nel senso più pieno della parola — di tutta questa vicenda. È la fiamma tenuta sotto la cenere di cui parlano, con commozione, anche i protagonisti di oggi. Ma quella fiamma non è proprietà di nessuno. Appartiene a un’appartenenza: alla stessa materia carsica che a Siena fa il Palio e fa le Contrade, e che precede e sopravvive a ogni gestione, a ogni sponsor, a ogni presidenza. La cosa più onesta detta in queste ore è che la gente ci vuole davvero bene. È vero. Ma è una frase che, per essere vera, deve restare senza soggetto al singolare: è la città che vuole bene a se stessa attraverso una squadra.
Ed è qui che la festa va custodita da se stessa. La B nazionale è una stazione, non una destinazione, e il rischio che conosciamo bene è quello di scambiare un risultato per un compimento, di lasciare che il nome torni a brillare prima che il corpo sia tornato sano. Abbiamo già visto, in questa terra, cosa accade quando si ricostruisce l’involucro e si trascura la sostanza, quando si appende lo striscione al palazzetto e si dimentica che lo striscione tiene solo se sotto c’è una rete di rapporti veri — col territorio, con le istituzioni, con chi paga e con chi tifa, e tra le due cose la differenza non è di grado ma di natura. La salute del corpo non si compra: si tiene insieme. Una gestione seria, di cui giustamente si parla, vale come garanzia solo se garantisce questo, e non l’ennesimo ciclo di promesse luminose e di risvegli amari.
Resta allora una sola immagine, ed è quella giusta per chiudere: i giocatori commossi al ritorno in un palazzetto pieno, e cinquecento persone ad aspettarli per una partita di categoria minima, quando il nome non valeva più niente sui giornali e valeva tutto in quelle gradinate. Lì, in quella sproporzione tra il nulla del nome e il tutto dell’affetto, c’era già scritta la promozione di oggi. La Mens Sana torna in alto non perché qualcuno l’ha rifondata, ma perché qualcuno — molti, senza volto e senza titolo — non ha mai smesso di crederla viva. È a loro, e solo a loro, che andrebbe intestata questa festa. Il corpo c’è. Ora si tratta di non perdere di nuovo, per amore del nome, la testa.





