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26 Giugno 2026
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26 Giugno 2026Il credito e il consenso
C’è una parola che, in questi mesi, ricorre intorno a un certo numero di paesi del continente come un sigillo di rispettabilità: affidabile. La si pronuncia nelle sale dei vertici finanziari, la si legge nelle note delle agenzie e nei comunicati delle istituzioni di Bretton Woods, la si ripete con una soddisfazione quasi liturgica. Un debito sovrano diventa «il più sicuro d’Africa», l’aggettivo passa dalla finanza alla morale, e d’improvviso un’intera nazione sembra promossa non a una classe di rating ma a uno stato di grazia. Eppure, se si accosta quella parola al suo rovescio, qualcosa stride. Perché nello stesso paese che i mercati incoronano come il più garantito del continente, chi ha contestato fino in fondo l’esito delle urne siede oggi in un campo penale, con la detenzione prolungata di mesi. L’affidabilità verso i creditori e l’affidabilità verso i cittadini abitano lo stesso confine geografico e parlano lingue opposte.
È in questo scarto che converrebbe leggere la stagione politica africana, più che nella cronaca dei singoli episodi. La sicurezza che la finanza certifica è la sicurezza del rimborso, della prevedibilità, dell’assenza di sorprese: il mercato ama gli Stati che non tremano. Ma uno Stato che non trema può essere uno Stato che ha smesso di contenere il conflitto e ha cominciato a rimuoverlo. La galera dell’oppositore irriducibile e il plauso degli investitori non sono due notizie separate da incolonnare in pagine diverse del giornale: sono il dritto e il rovescio di una stessa moneta. La stabilità che rassicura chi presta denaro è spesso costruita togliendo voce a chi presterebbe, o negherebbe, qualcosa di assai più antico del denaro: il consenso.
Il punto non è denunciare un’ipocrisia, formula comoda e un po’ pigra. Il punto è capire come si sia costruita una grammatica in cui il credito — questa parola che tiene insieme, non per caso, la fiducia finanziaria e la credibilità — sostituisce progressivamente il consenso come fondamento della legittimità. Un governo, oggi, è legittimo se i suoi titoli rendono e i suoi conti convincono; la verifica democratica, il momento in cui il potere si sottopone al rischio di perdere, diventa una formalità da gestire, un incidente da minimizzare, al limite una pratica da chiudere con un arresto. Si governa per rassicurare un creditore esterno più che per ottenere il mandato di un elettore interno. E quando l’elettore protesta, lo si tratta come un fattore di volatilità: un rischio reputazionale, qualcosa che potrebbe spaventare i mercati.
Le forme, però, sopravvivono anche quando la sostanza si è ritirata altrove, e di questa sopravvivenza il continente offre in queste settimane un campionario quasi didattico. Da un lato si convocano vertici nei quali la democrazia torna a essere parola d’ordine, evocata con la solennità delle cause che si difendono meglio a distanza, in capitali lontane e davanti a platee che non dovranno renderne conto a nessun seggio. Dall’altro, là dove la sostanza si gioca davvero, si assiste al lento incrinarsi di quelle alleanze che avevano vinto promettendo una rifondazione e che il tempo trasforma in convivenze sospettose. Chi è arrivato al vertice smette, a poco a poco, di essere l’emanazione di chi lo aveva designato, e l’asimmetria tra la carica formale e l’autorità reale diventa la vera materia contesa del potere. Anche qui il nome — l’unità del fronte, la continuità del progetto — resiste mentre la cosa si sfilaccia. Chi ha governato sa che questo è il momento più pericoloso e più rivelatore: quando l’etichetta dura più della lega che dovrebbe tenere insieme i metalli.
E poi c’è la modernizzazione, l’altra grande promessa. Le banche di nuova generazione che dovrebbero scavalcare gli sportelli e le filiali, l’inclusione finanziaria affidata a un’applicazione, l’ultimo cantiere di un vecchio governatore che congeda la propria stagione consegnando alla successione una frontiera ancora aperta. Le grandi assise delle istituzioni panafricane che si spostano da una città all’altra come carovane di credibilità, performando l’integrazione che predicano. Tutto questo è reale e in parte salutare; non c’è nulla di nostalgico nel riconoscerlo. Ma è bene non confondere l’infrastruttura con la destinazione. Un continente può digitalizzare i pagamenti e cartolarizzare il proprio debito, può attrarre capitali e produrre diplomatici di nuova generazione, e nondimeno lasciare irrisolta la sola domanda che la tecnica non scioglie: chi decide, in nome di chi, e con quale facoltà di essere smentito.
Vale la pena, in chiusura, lasciarsi attraversare da una figura che con la finanza e la diplomazia non c’entra in apparenza nulla, e che proprio per questo dice qualcosa. Ogni cultura conserva i propri spettri: vecchie storie di sangue tramandate per generazioni, in cui non si distingue più quanto appartenga al fatto e quanto al racconto che lo ha riscritto. Sono figure che la memoria collettiva non riesce ad archiviare, perché non rispondono a nessuna contabilità: tornano a riaffiorare proprio quando le si crede sepolte. È la prova che certe cose non si lasciano mettere in sicurezza con un rating, né rassicurare con un comunicato. Ogni potere produce i propri fantasmi: gli oppositori che imprigiona, le alleanze che logora, le promesse che converte in numeri. Possono essere dichiarati saldati, chiusi, messi in sicurezza. Ma continuano a circolare nei racconti, a riaffiorare alle scadenze, a domandare conto. Perché il consenso, a differenza del credito, non si rimborsa una volta per tutte: lo si rinnova, oppure si trasforma — lentamente, sotto la superficie levigata dell’affidabilità — in qualcosa che torna a bussare.





