
Il credito e il consenso
26 Giugno 2026
Nomi al posto delle cose
26 Giugno 2026
Solo la terra non rivendica nulla. Quando il suolo si spezza e inghiottisce un paese intero, lasciando dietro di sé un numero di vittime che si conta a migliaia e si teme ancora incompleto, nessuno si fa avanti a intestarsi l’evento. Il terremoto è l’ultimo fatto rimasto che non chiede consenso, non firma comunicati, non si attribuisce meriti. È bruto, muto, indifferente. E proprio per questo, accostato a tutto ciò che gli accade intorno nel resto del mondo, funziona da pietra di paragone: misura, per contrasto, quanto del potere contemporaneo consista non nel fare le cose, ma nel nominarle, nel rivendicarle, nel dire questo è mio o questo è vero prima e meglio di chiunque altro.
Si prenda l’emisfero in cui quel suolo ha tremato. Lì accanto, in un altro paese, un’elezione si chiude e una voce esterna — la più ingombrante del pianeta — si affretta a intestarsi il risultato, come se il voto di milioni di cittadini fosse una partita giocata altrove e vinta da chi non era nemmeno sulla scheda. Il vincitore locale ringrazia il padrino lontano, e l’ingerenza smette di essere un sospetto per diventare grammatica esplicita: non più l’influenza che si nasconde, ma l’influenza che reclama il proprio trofeo a urne ancora calde. Poco più in là, un altro scrutinio raggiunge un vantaggio che si dichiara irreversibile prima ancora che le ultime schede siano contate — e la dichiarazione di irreversibilità è già, essa stessa, un atto di potere: chiudere il conto, sigillare la narrazione, dire che la partita è finita per impedire che continui.
È sempre la stessa operazione, e la si ritrova sotto cieli diversissimi. Un accordo controverso con una potenza ostile viene difeso, da chi pure ne ha commessi molti di errori, con l’argomento che vale più una firma imperfetta di una guerra senza fine; e la firma, qualunque cosa contenga, diventa subito il nome di una vittoria da incassare. Più a oriente, una grande organizzazione sportiva entra in collisione con governi che non tollerano l’esposizione di certi simboli durante una partita pensata per affermarli: e qui la posta non è una bandiera di stoffa, ma chi ha la facoltà di stabilire quali colori si possono mostrare in pubblico, e in nome di quale ordine. Nominare un simbolo, ammetterlo o vietarlo, è già governare ciò che esso significa.
C’è poi la forma più sottile di questa potenza, che non rivendica nulla apertamente ma decide chi può raccontare. A un vertice di un’alleanza militare, ad alcuni giornalisti — quelli sgraditi al loro stesso governo — viene negato l’accreditamento, e con l’accreditamento la possibilità di stare nella stanza dove le cose accadono. Le organizzazioni che difendono la libertà di stampa lo registrano con preoccupazione, e fanno bene: perché controllare l’accesso al fatto è il modo più pulito di controllare il fatto, senza censure clamorose, soltanto distribuendo o negando i pass. Chi non è nella stanza non potrà smentire il racconto di chi c’era.
E quando il racconto, invece, circola liberamente, si scopre che anche la sua veridicità è terreno conteso. Una storia atroce — ricchi stranieri che avrebbero pagato per dare la caccia a esseri umani in una città assediata, decenni fa — torna a galla e con essa tornano i dubbi sulle fonti: è accaduto davvero come lo si narra, o la narrazione ha costruito un mostro che la documentazione non regge? Non è una questione marginale né cinica. È il cuore della faccenda: in un’epoca in cui il potere consiste nel nominare, distinguere il fatto dal suo racconto diventa l’ultimo atto critico disponibile, e insieme il più scivoloso. Perché negare un orrore e smascherare una mistificazione si somigliano pericolosamente, e la stessa parola — dubbio — può servire alla verità o servirla al boia.
Persino dove non si decide nulla, la grammatica dell’attribuzione lavora a vuoto. In una vecchia democrazia europea si misura, sondaggio dopo sondaggio, chi sarebbe il miglior capo di governo tra figure che non governano: un potere ipotetico, coniugato al condizionale, assegnato e ritirato dalle inchieste d’opinione come un titolo che rende interesse senza capitale. Altrove una destra rimasta orfana di una casa politica si scopre arbitro del futuro di un uomo che non l’ha scelta: il consenso vaga, senza padrone, e chi riuscirà a nominarlo per primo — a dirgli sei mio — ne raccoglierà la rendita. Ovunque, la stessa scena: non chi fa, ma chi riesce a dire di aver fatto; non chi merita, ma chi proclama il merito prima che gli altri possano contestarlo.
Resta la terra, allora, a ricordare la differenza. Sotto le macerie di un paese che conta i suoi morti non c’è nulla da rivendicare, nessuna vittoria da intestarsi, nessun pass da distribuire, nessun simbolo da vietare. C’è solo il fatto, nella sua durezza che non ammette versioni. Forse è questa la ragione per cui le catastrofi naturali, in mezzo a tanto rumore di attribuzioni, hanno qualcosa di osceno e di liberatorio insieme: ci mettono davanti all’unica cosa che nessun potere riesce a nominare a proprio vantaggio. Il dolore non si firma. E nel momento in cui le squadre di soccorso corrono verso il suolo aperto, mentre altrove si litiga su chi abbia vinto cosa e su chi possa raccontarlo, si intravede per un istante la gerarchia vera: prima il fatto, poi il nome. È quando l’ordine si rovescia — prima il nome, e il fatto si arrangi — che la politica comincia a mentire.





