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C’è una vecchia immagine che la cristianità ha amato fino a logorarla: l’ostia che stilla sangue davanti ai dubbiosi, il disco bianco e perentorio che si fa miracolo per zittire l’incredulità. Era il trionfo di una pienezza senza penombra, una certezza così satura da non lasciare un solo centimetro all’ombra. Il testo di Alessandro Deho’, accostato alle tavole di Ettore Frani, compie il gesto opposto e per questo, oggi, più vero. Il pane non sanguina per vincere il dubbio: sanguina perché porta dentro di sé una parte oscura, e quella parte non è il residuo da espellere, è la condizione stessa del mistero. Senza di essa non si comprende nulla.
Frani lo dice con la sola materia. Olio su tavola laccata, il nero adoperato come fosse una scultura di luce: la sua pittura non illustra il pane, lo apre. Congeda la crosta — la crosta del dogma, la crosta della retorica — e mostra il dentro. La parte concava, l’incavo, la mollica scavata che somiglia a una conchiglia, a una ferita, a un cuore esposto. È il pane visto da dentro, e ciò che vi si trova non è un pieno rassicurante ma un vuoto. Le donne del mattino di Pasqua guardano dentro il sepolcro e trovano l’assenza; chi spezza il pane trova la cavità. Frani avvicina le due cose con un’audacia umile: la tomba e il forno, il sepolcro e la pagnotta, sono la medesima forma cava che porta la traccia di ciò che si è donato. Il vuoto non è una mancanza. È la parte concava di un corpo offerto.
Qui sta la frase che regge tutto: siamo come il pane. Il dolore, nell’esperienza di Cristo, non viene cancellato, né spiegato, né compensato. Viene trasfigurato in possibilità. È un verbo che cambia la grammatica del soffrire. Dove l’occhio vede morte e sfinimento, lo sguardo della trasfigurazione vede capacità di essere riempiti. Non è consolazione a buon mercato — non c’è nessuna promessa che la ferita si rimargini e sparisca. Al contrario: l’unico segno che il Risorto offre per farsi riconoscere sono i fori, le mani bucate, il costato aperto. La sua identità non è il volto, che resta irriconoscibile, ma la trafittura. Toccare la piaga è l’unico modo di toccare Dio. La parte oscura non è il prezzo del mistero: è la sua porta.
C’è in questo un pensiero antichissimo, e non solo cristiano, che attraversa silenziosamente il lavoro di Frani: la parte utile dell’anfora è il suo vuoto, ciò che rende abitabile la stanza non sono i muri ma lo spazio che racchiudono, e ciò che rende il pane condivisibile è soltanto il fatto di essere spezzato. La pienezza intatta non si dona: resta idolo, talismano, certezza per pochi. Solo ciò che si lascia rompere diventa nutrimento per molti. È una logica che rovescia ogni economia del possesso. La saturazione — l’immagine colma, l’affermazione perentoria, il pieno che non ammette ombra — è esattamente ciò che impedisce la donazione. Si dà solo ciò che si è disposti a perdere; si comprende solo ciò che si accetta di non possedere per intero.
Da qui un’ultima riflessione, che riguarda anche il nostro modo di abitare la cultura e la cosa pubblica. Viviamo immersi in una grammatica della pienezza ostentata: comunicazioni levigate, numeri che non ammettono crepe, immagini che vogliono rassicurare proprio perché non hanno più nulla da dire. È la retorica del disco bianco e perfetto, capace al massimo di sanguinare a comando per stupire i dubbiosi. Il pane di Frani e la parola di Deho’ insegnano l’esatto contrario: che la verità abita la parte concava, che la sostanza sta nello spazio aperto della ferita, e che un’opera — un’istituzione, un territorio, una vita — diventa feconda solo quando ha il coraggio di mostrare il proprio dentro, vuoto incluso. Siamo come il pane. Non malgrado la parte oscura, ma proprio per quella. È lì che il dolore smette di essere fine e si fa, finalmente, possibilità.
Lo spunto di questa riflessione nasce da un testo di Alessandro Deho’ accostato alle opere di Ettore Frani, dentro la ricerca che l’artista molisano dedica da anni al tema del pane — la stessa che attraversa le mostre Il profumo del pane e Omnes de uno pane (Abbazia di Santo Spirito al Morrone, Sulmona, 2025-2026).





