
Il pane sanguina. La parte oscura del pane
26 Giugno 2026
di pierluigi piccini
Sul Sole 24 Ore di oggi Fabio Bassan, ordinario di Diritto internazionale a Roma Tre, firma un intervento dal titolo perentorio: «perché il golden power non può essere esercitato», con l’avvertenza che «anche il Comune di Siena dovrà farsene una ragione». L’autore è serio e dice cose in gran parte esatte. Ma è proprio la sua serietà a tradire il titolo: l’articolo, letto fino in fondo, lo smentisce.
«Non può essere esercitato» è un enunciato di impossibilità. Eppure, tre capoversi prima della firma, Bassan ammette che è «possibile, in teoria, che un’operazione… venga autorizzata dalla Commissione» e dalla Bce «ma possa essere vietata o condizionata dal governo nazionale in deroga», sul piano della «sicurezza militare, economica, democratica». Fra l’impossibile del titolo e il possibile-residuale del testo non c’è una sfumatura: c’è una contraddizione. Il pezzo non dimostra che il golden power non si può attivare; dimostra che attivarlo bene è difficile. È un’altra cosa — ed è la tesi più forte, quella che la testata cancella.
Sul presupposto soggettivo — serve un investitore estero, e Intesa è una public company a capitale diffuso — l’argomento è il migliore, ma poggia su un’asimmetria. Nel caso UniCredit l’estraneità fu fondata sull’azionariato «prevalentemente straniero». Ma un capitale «diffuso tra investitori istituzionali» non è, per ciò stesso, italiano: gli istituzionali di una grande quotata sono in larga parte gestori globali. La diffusione non prova il radicamento del controllo; semmai prova che un ancoraggio nazionale forte non c’è. E i due soci «stabili» sono fondazioni di minoranza che accompagnano, non controllano. Senza dire che, dopo le estensioni del 2020-2022, nel comparto finanziario l’obbligo vale anche tra soggetti residenti in Italia: la rilevanza è ancorata alla natura strategica dell’attivo, non alla nazionalità di chi compra.
Sul presupposto oggettivo, l’architrave è elegante: una volta che Commissione e Bce si sono espresse, il governo non può più pronunciarsi su quei profili. Vero. Ma il via libera prudenziale e concorrenziale non preclude la valutazione di sicurezza, perché ha un oggetto diverso. La Bce certifica la sana gestione; non dice una parola su chi governi l’infrastruttura dei pagamenti, sull’allocazione territoriale del credito, sulla titolarità dei dati finanziari, sulla persistenza di un centro decisionale sistemico. La Commissione certifica che non c’è abuso di concorrenza; non dice nulla sulla sovranità su quegli attivi. Rispetto alla sicurezza, i pareri europei positivi non la soddisfano e non la escludono: sono irrilevanti. Bassan quella dimensione la nomina, ma la lascia astratta, perché è l’astrazione a farla sembrare residuale. Riempila di contenuto — dati, sistemi di pagamento, autonomia decisionale di una banca sistemica — e diventa la questione centrale.
Del resto il pezzo si chiude dicendo che il margine va «interpretato in modo restrittivo»: ma interpretare presuppone un potere che esiste. È l’opposto del titolo. E i fatti lo confermano: il golden power è stato esercitato nel 2026 sul caso Pirelli, e su UniCredit-Bpm la sola minaccia dei paletti ha fatto ritirare l’operazione, a prescindere da come sarebbero finiti davanti al giudice. Lo strumento non deve vincere il giudizio di proporzionalità per funzionare: gli basta esistere ed essere brandito al momento giusto. Per questo chi vuole disinnescarlo preferisce dichiararlo impossibile piuttosto che ammetterlo difficile.
Resta la frecciata a Siena. Bassan ha buon gioco a colpire la difesa fondata su occupazione e radicamento, che è davvero l’argomento debole. Ma usarne la fragilità per liquidare l’argomento di sicurezza, che è altro e più solido, è la mossa più efficace del pezzo e la meno leale. La città non deve «farsene una ragione» nel senso di tacere. Deve farsene una, di ragione, e portarla sul terreno giusto: non i posti di lavoro come supplica, ma la sovranità sugli attivi strategici come interesse nazionale.
Bassan ha ragione quasi su tutto, e torto sull’unica parola che ha messo nel titolo. Tra il «non dovrebbe, così com’è impostata oggi la difesa» e il «non può, mai» c’è tutto lo spazio della politica del diritto. È lo spazio che, scegliendo quel titolo, ha preferito far sparire. A noi il dovere di rimetterlo al centro.





