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C’è un filo che tiene insieme i quattro tasselli con cui arriva in aula il Melonellum, e non è il filo tecnico del premio o delle soglie. È un filo più antico, che riguarda il rapporto fra il nome e la cosa. Questa legge promette sostanza — stabilità, governabilità, maggioranze «riconoscibili» — e consegna nomi: il nome del candidato a Palazzo Chigi depositato accanto alle liste, i settanta nomi del listone nazionale che l’elettore non potrà leggere né scegliere, la parola «stabilità» chiamata a coprire l’operazione come già coprì il premierato. La doppia blindatura di cui si parla — della maggioranza verso le opposizioni, della politica verso il proprio elettorato — non è un incidente del testo: è il testo. Si sottrae al cittadino l’ultimo residuo di decisione sugli eletti e lo si affida alle segreterie, mentre il risultato viene fabbricato a monte, fuori dal Parlamento, a Palazzo Chigi.
Qui sta il nodo costituzionale che la sentenza 1 del 2014 aveva già illuminato: le liste bloccate si tollerano se sono corte e i candidati conoscibili. Un listone di settanta nomi eletti in blocco, senza nemmeno l’alternanza di genere, conoscibile non è. E il premio che può spingere il vincitore oltre il sessanta per cento dei seggi non corregge la rappresentanza: la deforma. Frazionare i settanta nelle circoscrizioni per far comparire qualche nome sulla scheda è il gesto di chi sa di aggirare un paletto e spera che la forma basti a salvare la sostanza che non c’è. È nominalismo elettorale: si dà il nome di «proporzionale con correttivo» a un dispositivo che del proporzionale conserva soltanto l’etichetta.
A questo Pallante oppone l’argomento giusto, e va ripreso senza timidezze. Si dirà che un Parlamento plurale non funziona; ma il compito del Parlamento è esattamente questo, rendere possibile attraverso la mediazione della rappresentanza quel dialogo che nell’immediatezza della società resta più difficile. La forza dei numeri indebolisce la politica quando confonde il produrre un numero con il produrre legittimità. Un esecutivo che nasce dalla sottrazione del cittadino è più rapido, non più forte: porta dentro di sé, fin dal primo giorno, il vuoto di consenso che ha rimosso a tavolino. È la differenza, antica quanto la riflessione sul potere e oggi al centro anche di pensieri lontani dalla nostra tradizione, fra autorità che si fa obbedire e autorità che si fa riconoscere.
Poi c’è il rovescio picaresco della stessa grammatica: deroghe, simboli prestati, scorciatoie per evitare la raccolta firme. Tabacci dominus, capace di far correre Bonino nel 2018 e Di Maio nel 2022, l’Avs salvata da Leu — segnali che il sistema si regge da tempo su un commercio di nomi e di sigle, sull’arte di indossare un simbolo per non dover dimostrare l’esistenza. Il Melonellum non interrompe questo gioco: lo eleva a principio, perché fa del nome — del leader, della lista, della parola «stabilità» — il vero contenuto della legge.
Resta la fretta, che è la spia più eloquente. Chiudere entro l’estate, votare in ottobre, arrivare al voto prima che la Consulta possa pronunciarsi: si vuole che la cosa esista prima che qualcuno ne verifichi la consistenza. È la tentazione di chi crede che nominare equivalga a fondare. Ma una democrazia non si tiene insieme con i nomi che si dà: si tiene insieme con la sostanza che è disposta a far verificare. E questa, per ora, è la sola verifica che il Melonellum cerca di non sostenere.





