
La macchina dei nomi
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27 Giugno 2026Un nuovo americanismo senza il suo Gramsci
di pierluigi piccini
Va riconosciuto subito, e senza reticenze: con Magnificat humanitas la Chiesa fa il suo lavoro, e lo fa nell’unico modo che le è proprio. Leggere la rivoluzione digitale alla luce di un’antropologia, chiedere di “disarmare” l’intelligenza artificiale e di renderla ospitale, ricordare che la tecnica è anzitutto relazione e non pura efficienza, ribadire il primato della persona là dove la grammatica del potere parla solo di prestazione: tutto questo riempie un vuoto reale. E lo riempie con una serietà che il dibattito laico, prigioniero ora dell’entusiasmo ora del panico, non ha saputo darsi. Ma riempire un vuoto non è ancora governare un processo. E qui comincia il limite.
L’enciclica interviene a valle. Lavora sull’uso, sulla relazione, sull’etica dell’incontro con la macchina, sul “come” l’uomo abita l’iperconnesso. Lascia però intatto il monte: il regime di proprietà dei dati, la concentrazione dei mezzi di produzione computazionali in pochissime mani, il metabolismo energetico e territoriale che tutto questo comporta. È un umanesimo dell’effetto, non della causa. E proprio chi conosca la lezione su americanismo e fordismo sa che è una distinzione decisiva. Quella lezione diceva una cosa sola, ma definitiva: un nuovo modo di produzione non produce soltanto merci, produce un nuovo tipo di uomo. Razionalizza il corpo, il tempo, il desiderio, l’istinto; fabbrica una morale, una sessualità, una sobrietà adatte alla catena. La “questione antropologica” non viene mai prima della questione di chi organizza il processo produttivo: ne è il prodotto. Porre l’umano come misura senza chiedersi chi programma la misura, e chi possiede l’apparato che misura, significa cedere il campo a chi quel campo già lo occupa.
È il punto che manca. Di chi sono i dati? Chi accumula, in questa nuova fase, il capitale — non più solo il capitale fisso delle macchine, ma il capitale cognitivo estratto da ciascun gesto, da ciascuna parola, da ciascuna immagine che lasciamo depositare? Chi decide la forma della società che da questa accumulazione discende: il lavoro che scompare e quello che si svaluta, le competenze che diventano sorvegliabili, la mediazione che si concentra? Sono i processi reali. E sono esattamente quelli che il discorso anthropologico, da solo, non nomina.
C’è poi la rimozione più sottile, quella che vorrei chiamare per nome: la materialità. La retorica corrente — e in parte l’enciclica vi indulge — fa dell’IA uno spirito. Nuvola, intelligenza, relazione, prossimità: un lessico aereo, quasi pneumatologico. È vero il contrario. L’intelligenza artificiale è la cosa più materiale che abbiamo costruito. Sono capannoni, è elettricità in quantità da nazione, è acqua per il raffreddamento sottratta a falde e territori, sono minerali strappati a geografie quasi sempre periferiche, è il lavoro mal pagato di chi etichetta i dati nei margini del mondo. La “nuvola” pesa sulle reti, sugli acquiferi, sui suoli. Un discorso sull’IA che non passi per l’energia, l’acqua e il territorio resta un idealismo. E proprio qui la questione delle forze produttive torna ad essere ciò che è sempre stata: una questione di luogo, di dove il processo atterra e chi ne paga il conto. Il primato della persona si decide anche lì, davanti a una sottostazione e a un contratto di fornitura — non solo nell’intimità della coscienza.
Resta lo scandalo maggiore, che è politico. Tutto ciò — proprietà, accumulazione, processo materiale — è precisamente l’oggetto che una sinistra avrebbe avuto il compito di sollevare. E la sinistra tace. Il vuoto che Leone XIV occupa non lo usurpa: lo eredita. Lo eredita da una politica che ha abdicato alla critica dei mezzi, che si è ritirata dalla domanda su chi possiede e chi accumula, riducendosi a gestire i diritti là dove andrebbe contesa la proprietà. E c’è in questo un’ironia che conosco bene: l’unica grammatica critica ancora in circolazione sull’IA è quella morale-antropologica, ed è precisamente quella che il potere può finanziare, ospitare, persino celebrare — comitati etici, “IA responsabile”, carte dei princìpi — proprio perché non tocca la proprietà. È il meccanismo della rivoluzione passiva: la critica viene metabolizzata, la struttura conservata. Si concede l’anima per tenere il capitale.
Per questo dico che Leone XIV riempie un vuoto, e non è sufficiente. Non per difetto della Chiesa, che parla la sua lingua e bene; ma perché quel vuoto era doppio, e la metà che resta scoperta è quella delle forze produttive. Un’antropologia senza economia politica rischia di essere ciò che altrove ho chiamato un nome senza sostanza: “persona”, “ospitalità”, “umano” come bei nomi stesi su processi che nessuno nomina. Finché non si chiederà di chi sono i dati, chi accumula, chi paga l’energia e l’acqua e il suolo, il primato della persona resterà un titolo. E le decisioni vere continueranno a prendersi altrove — da chi possiede l’apparato.





