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26 Giugno 2026Due righe. Il Comune ha aperto le candidature per il Comitato scientifico del Santa Maria della Scala, la scadenza è il 24 luglio. Questo dice la notizia, e null’altro. La sproporzione tra la brevità dell’annuncio e il peso dell’oggetto è già, di per sé, un fatto da interrogare: perché il Santa Maria non è un contenitore tra i tanti, è uno dei luoghi in cui la città ha storicamente deciso che cosa intendesse per sé stessa. Ridurre la costituzione del suo organo di indirizzo culturale a un trafiletto significa trattare come adempimento ciò che è invece una scelta di governo.
Conviene partire dal verbo. “Aprire” le candidature è un gesto che porta con sé una grammatica rassicurante: inclusione, trasparenza, partecipazione. Chiunque legga è portato a registrare un movimento virtuoso, una porta che si spalanca. Ma vale la pena chiedersi che cosa, esattamente, venga aperto. Si apre un elenco di nomi. Non si apre — perché non viene nemmeno nominata — la questione che a un comitato dà senso o lo svuota: a che cosa serve. La procedura precede e, precedendo, occulta. Si offre alla città la forma della partecipazione prima ancora di averle detto a che cosa è chiamata a partecipare.
Le domande che l’annuncio non pone sono tutte sostanziali. Quale mandato avrà questo comitato: indirizzo o mera consultazione, parere obbligatorio o ornamento da convocare a calendario? In quale rapporto starà con la direzione e con l’assetto di governance esistente — lo orienta, lo affianca, lo legittima a posteriori? Con quali criteri verranno scelti i suoi membri, e soprattutto chi sceglie, e su quali competenze? Finché queste risposte mancano, “Comitato scientifico” resta esattamente ciò che ho chiamato altrove un nome senza sostanza: una denominazione che arriva prima della funzione, e che rischia di restare un guscio. Di Siena, ancora una volta, soltanto il nome.
C’è una posta in gioco più profonda, e riguarda l’idea stessa di cultura che si professa. Se la cultura è infrastruttura — se è la forma in cui un territorio governa le proprie forze produttive, e il sapere è la prima di queste forze — allora un comitato scientifico non è un fregio, è un organo. Il modo in cui lo si costituisce è, a tutti gli effetti, un atto politico: stabilisce chi è autorizzato a dire che cosa la conoscenza prodotta dentro il Santa Maria debba diventare. Annunciarlo come prassi burocratica significa fare l’esatto contrario di ciò che servirebbe: depoliticizzare la decisione più politica. La grammatica dell'”apertura”, del bando, della candidatura assorbe e neutralizza la domanda sul potere, la fa sparire dietro la liturgia della procedura. È il meccanismo che conosco bene e che ho descritto più volte: l’opposizione e il controllo finiscono catturati dal linguaggio stesso che dovrebbero contestare.
Le istituzioni, in fondo, sono fatte dalle domande che si concedono di porre, non dai nomi che esibiscono. Un organo deliberante vale per il suo mandato, non per il prestigio del suo organigramma; e nessuna autorevolezza di curriculum supplisce all’assenza di un perimetro di competenza chiaro. Un comitato senza mandato definito non è un comitato: è una platea convocata per ratificare ciò che altri hanno già deciso, o per non decidere nulla con l’aria di chi decide. La forma che pare aprire è, in questi casi, la forma che preclude. Si dà l’aspetto della scelta proprio per esimersi dallo sceglierla davvero. Non è un caso che questo accada a Siena oggi: il governo del Santa Maria è terreno conteso da almeno un anno, e una contesa irrisolta produce esattamente questi annunci sospesi, che dicono il minimo perché ogni parola in più aprirebbe un fronte.
Si dirà che un bando, per sua natura, rimanda a un regolamento, e che i dettagli verranno. Può darsi. Ma il test è semplice e ha una data: il 25 luglio. Quando le candidature saranno chiuse, qualcuno saprà dire che cosa questo comitato sarà autorizzato a fare? Se la risposta sarà chiara — mandato, poteri, rapporto con la direzione, criteri — allora l’apertura avrà aperto qualcosa, e ne riparleremo nel merito. Se la risposta resterà opaca, avremo avuto la conferma che si è aperta una porta su una stanza vuota: la cerimonia dell’inclusione al posto della sostanza dell’indirizzo. E il Santa Maria meriterebbe, ancora una volta, di non essere governato per trafiletti.





