
Il nome e la sostanza. Ciò che del Monte si sta davvero dividendo
9 Luglio 2026
Venerdì 10 Luglio, Ore 21.30 Parco del Crocifisso • Frazione Tre Case • Piancastagnaio (Si) 𝐂𝐋𝐀𝐔𝐃𝐈𝐎 𝐌𝐎𝐑𝐈𝐂𝐈 𝐿𝑎 𝑚𝑎𝑙𝑎𝑡𝑡𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖𝑐𝑎
9 Luglio 2026Le poltrone e il vuoto
di pierluigi piccini
C’è una parola che la cronaca politica ama più di ogni altra, quando in città qualcosa si muove: terremoto. È la parola scelta anche stavolta, per le ventiquattr’ore che non erano ancora passate dall’inizio delle ferie e già depositavano, sul tavolo del presidente del Consiglio comunale, un gruppo nuovo, l’uscita di una consigliera verso il partito del generale, le dimissioni di un altro, la resa dei conti annunciata dentro Fratelli d’Italia. Eppure, a leggere con attenzione, colpisce l’esatto contrario della metafora sismica. Trema tutto, tranne ciò che dovrebbe contare.
Il gruppo che nasce dall’intesa fra Lorenza Bondi e il decano Marco Falorni si presenta con una premura singolare: rassicurare che nulla cambia. Nessuna modifica nelle commissioni, permanenza «saldamente» a sostegno del sindaco e «altrettanto saldamente» dentro la maggioranza. Si costituisce, cioè, un’insegna nuova per giurare che la cosa resta identica. È il paradosso da cui conviene partire: una politica che produce etichette e si affanna a dichiarare che le etichette non toccano nulla di reale.
Il caso di Forza Italia è quasi didascalico. Il partito sparisce dal Consiglio ma resta in Giunta, perché l’assessore c’è. È la condizione di un Giovanni Senza Terra: Lorè siede al tavolo del potere, ma la sua terra — il partito che dovrebbe fargli da base fra i banchi consiliari — non esiste più. Un assessore senza feudo, presente dove si amministra, assente dove si delibera in pubblico. Vale la pena ricordare che Forza Italia era il soggetto che, trent’anni fa, incarnò come nessun altro la vittoria dell’immagine sulle idee — il partito-azienda, il marchio, la promessa di leggerezza. Oggi quel simbolo evapora dalle aule e lascia, come un sedimento, la sola cosa cui non si rinuncia mai: la poltrona.
E poi ci sono le preferenze. Milleduecento «strappate» a Fratelli d’Italia, di cui seicento nel solo comune di Siena, esibite come titolo di legittimità e prova di un «filo diretto» con i cittadini. È la grammatica ricorrente della stagione: il consenso trattato come proprietà personale, un patrimonio che si porta con sé passando da un gruppo all’altro, sganciato da qualunque progetto che non sia il proprio cognome sulla scheda. Questa transumanza non muove idee, muove persone; non riallinea visioni della città, riallinea posizionamenti.
Il passaggio di Maria Antonietta Campolo verso il partito del generale porta la retorica al punto più rivelatore. È tutto giocato sull’opposizione fra la legge morale e le poltrone, la coscienza e il calcolo, l’autenticità e la sordità dei vertici. Parole nobili, e sarebbe sciocco irriderle. Ma il lessico dell’autenticità viene invocato proprio quando il gesto concreto è, di nuovo, un semplice spostamento di collocazione. La diagnosi di un partito «cullato sugli allori» dell’onda nazionale, che ha smesso di elaborare e si è appiattito sull’esercizio del potere, è giusta. Solo che la risposta a un partito ridotto a insegna non può essere un’altra insegna: un altro leader «unico», un altro marchio personale che promette ascolto. Il generale subentra al Cavaliere nella medesima funzione.
Qui è il nodo che riguarda Siena più di ogni singolo trasloco. Ciò che si è dissolto non è questo o quel gruppo consiliare: è l’idea che la politica cittadina abbia un contenuto comune di cui discutere — un governo della città, una visione dello spazio, del lavoro, di ciò che Siena vuole diventare — rispetto al quale le sigle siano strumenti secondari. Rovesciato l’ordine, restano solo le sigle: si compongono e scompongono, seguono i seguiti personali, cambiano geometria prima che se ne comprenda il senso. Il congresso provinciale annunciato «alla resa dei conti», con la richiesta di rinvio e di commissariamento, appartiene alla stessa vicenda: un conflitto tutto interno alla vita degli apparati, che non sfiora la domanda su cosa si voglia fare della città.
Chi ha amministrato sa che esiste una soglia oltre la quale il gioco delle etichette diventa il contenuto stesso della politica, e la città scompare dall’orizzonte di chi dovrebbe rappresentarla. Non è questione di destra o di sinistra: è sapere se una comunità sia ancora un bene condiviso — qualcosa che si eredita, si custodisce e si trasforma insieme — o soltanto la superficie su cui si distribuiscono cartellini. Il vero terremoto, quello che nessun comunicato può rassicurare, non è la comparsa o la scomparsa di una sigla. È il silenzio, sotto il frastuono delle insegne, di ogni discorso sulla città.





