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2 Luglio 2026«La zia del ragazzino venezuelano estratto dalle macerie ha dichiarato alla BBC che gli darà “il calore di una madre”»
C’è una frase, in mezzo al frastuono delle notizie di questi giorni, che vale più di molte analisi. La zia di un bambino venezuelano estratto vivo dalle macerie dei terremoti che hanno colpito il litorale caraibico ha detto alla BBC che gli darà “il calore di una madre”. Non ha promesso una casa, che non c’è più. Non ha promesso un futuro, che nessuno può garantire. Ha promesso un calore. Cioè la cosa più elementare e più difficile: la sostanza dell’accudimento quando ogni forma istituzionale, ogni nome — famiglia, Stato, casa — è venuto giù insieme ai muri.
Attorno a quella frase si dispone tutto il resto, e il resto è istruttivo. Gli Stati Uniti avevano espulso verso il Venezuela un gruppo di migranti; poche ore dopo il loro arrivo, la terra ha tremato. La BBC racconta questa coincidenza senza forzarla, ma la coincidenza parla da sola: c’è una macchina amministrativa che sposta i corpi da un territorio all’altro come pratiche da evadere, e c’è la terra che non riconosce le pratiche, che tratta allo stesso modo l’espulso e il residente, il documentato e il clandestino. La frontiera è un nome; il sisma è una sostanza. Quando i due si incontrano, si vede con chiarezza quale dei due comanda.
A una settimana dai terremoti, La Guaira — scrive El Nacional — “si adatta alla nuova realtà”. È una formula pudica per dire che la gente dorme all’aperto, che si contano i morti e si razionano le bottiglie d’acqua. Il Venezuela ha ricevuto oltre settecentomila tonnellate di aiuti umanitari internazionali: una cifra imponente, che però gli operatori sul campo — li ha ascoltati Al Jazeera — accompagnano con un’immagine diversa, quella di “una zona di guerra”, dove il sovraffollamento e la mancanza d’acqua potabile preparano la seconda catastrofe, quella sanitaria, che segue sempre la prima con la puntualità di un’ombra. Anche qui: le tonnellate sono il nome dell’aiuto, la latrina funzionante è la sua sostanza. La storia dei disastri insegna che tra le due cose può esserci un abisso.
E mentre i Caraibi tremano, l’Africa occidentale annega: quasi sessanta morti in Costa d’Avorio per le inondazioni da maggio a oggi. Notizia di poche righe, destinata a scivolare via. Ma terremoti e alluvioni compongono ormai un unico paesaggio: quello di un pianeta in cui i più esposti — per povertà, per urbanizzazione disordinata, per fragilità istituzionale — pagano il conto di rischi che non hanno scelto. La geografia della vulnerabilità non coincide quasi mai con la geografia della responsabilità.
Poi c’è la guerra, anzi le guerre, e anche qui il quadro chiede di essere letto in controluce. A Kiev, missili e droni russi hanno ucciso almeno otto persone e ne hanno ferite decine; un albergo e palazzi residenziali in fiamme, nel cuore della capitale. È la normalità atroce di un conflitto che il mondo ha smesso di guardare con attenzione, e che proprio per questo continua. Sul fronte iraniano, invece, qualcosa si muove: colloqui indiretti tra Washington e Teheran chiusi con “progressi positivi”, e il vicepresidente Vance che difende pubblicamente la via negoziale, accusando i critici del presidente di voler prolungare un conflitto che l’amministrazione vuole chiudere. È un rovesciamento interessante: la destra americana che si scopre pacifista per calcolo, dopo decenni di interventismo per dottrina. Non c’è da farsi illusioni sulla purezza delle motivazioni; ma nella storia le paci si fanno quasi sempre per convenienza, raramente per virtù, e la convenienza — quando salva vite — non va disprezzata.
Intanto la guerra con l’Iran ridisegna la politica di difesa saudita, come nota la stampa araba: Riad accelera la costruzione di un’autonomia strategica che non si fida più dell’ombrello altrui. E in Libano si consuma la distruzione più silenziosa e forse più profonda: quella dei villaggi cancellati, dei punti di riferimento fisici ed emotivi di intere comunità. Al Jazeera parla del peso psicologico degli sfollati che tornano e non trovano più nulla — non la casa, non la piazza, non l’albero. Chi ha studiato le comunità di montagna sa che l’identità non abita nelle idee ma nei luoghi: si è di un posto perché quel posto esiste, con i suoi muri e le sue soglie. Cancellare i luoghi è un modo di cancellare le persone che sopravvivono ai bombardamenti. È la guerra alla memoria, che prosegue quando tacciono le armi.
E infine il denaro, che di questi tempi è la vera politica estera. Il Washington Post documenta che il patrimonio di Trump è cresciuto durante il mandato in misura senza precedenti nella storia presidenziale moderna: il reddito del presidente è aumentato come mai era accaduto a nessun suo predecessore, nemmeno a lui stesso. La Deutsche Welle spiega come le criptovalute stiano cambiando la politica mondiale, creando circuiti di potere e di finanziamento che sfuggono a ogni contabilità pubblica. E il Guardian racconta che l’Albania rischia di compromettere il proprio cammino di adesione all’Unione europea per i progetti di un resort sostenuto da Jared Kushner. Sono tre notizie, ma è una sola: la fusione tra carica pubblica e interesse privato non è più uno scandalo da nascondere, è un modello da esibire. Il nome resta quello delle istituzioni — presidenza, alleanze, processi di adesione — ma la sostanza è diventata patrimoniale. Quando il potere pubblico si misura in plusvalenze, la democrazia continua a chiamarsi così, ma funziona diversamente.
Persino la Chiesa, in questo quadro, attraversa la propria faglia: vescovi controversi ordinati mentre il Papa mette in guardia dal rischio di “scisma”. Anche lì, sotto l’intonaco dell’unità, si sente lavorare la crepa.
Ecco allora perché la frase della zia venezuelana merita il titolo. In un mondo in cui gli Stati espellono, la terra trema, le guerre cancellano i villaggi e i patrimoni presidenziali crescono senza precedenti, una donna che ha perso quasi tutto promette a un bambino “il calore di una madre”. Non è retorica: è l’unica infrastruttura che non è crollata. Le tonnellate di aiuti si contano, i missili si contano, i miliardi si contano. Il calore no. Eppure è l’unica cosa, in tutta questa rassegna, di cui si possa dire con certezza che manterrà la promessa. Le istituzioni portano nomi sempre più grandi e sostanze sempre più esili; quella zia non porta alcun titolo, e ha tutta la sostanza che serve. Ripartire da lì non è sentimentalismo. È realismo politico nella sua forma più antica: la città, prima dei muri, è fatta di chi si prende cura di chi resta.





