
Conservare non basta: il Siele come laboratorio
4 Luglio 2026
di pierluigi piccini
Nel 1992 ero sindaco quando l’Aquila vinse il Palio di Provenzano. Era il 3 luglio. Ieri, 3 luglio 2026, l’ho vista vincere di nuovo. Non credo alle simmetrie del calendario, ma qualche volta le date si dispongono da sole in un ordine che non abbiamo cercato, e allora conviene semplicemente prenderne atto.
Non racconterò la gioia. Certe cose non si dicono: si portano. La mia è stata grande, ed è rimasta dove abitano le cose grandi — dentro, dove nessuno la vede e niente la consuma. La contrada la vivo in disparte, come quei luoghi dell’infanzia che restano nostri anche senza tornarci. Ieri, mentre il Campo esplodeva, ho capito che non me n’ero mai andato. Dirò soltanto due pensieri che in quel momento mi hanno attraversato.
Il primo è andato a chi non c’è. Trentaquattro anni sono una generazione intera: in mezzo stanno volti, voci, persone che quella sera del 1992 c’erano e che ieri non hanno potuto vedere. Una vittoria non appartiene mai soltanto ai presenti: chi festeggia oggi festeggia anche per conto di chi ha aspettato senza arrivare a vedere.
Il secondo è andato ai ragazzi e ai bambini. Nessuno di loro era nato nel 1992. Sono cresciuti dentro un’attesa che non avevano scelto, ereditata come si eredita tutto in contrada: senza domandare. Ieri hanno visto per la prima volta ciò di cui avevano solo sentito parlare. Guardavo la loro gioia e pensavo che è questo il modo in cui certe cose passano da una generazione all’altra: non con le parole, ma con un momento che si imprime e non si cancella più. Il ’92 per me, il 2026 per loro.
Il Palio di Provenzano nasce da un voto alla Madonna. Anche questa vittoria, come tutte, è arrivata dopo un’attesa che nessuno poteva governare — e forse è proprio questo che il Palio continua a insegnare a una città che qualche volta sembra averlo dimenticato: che le cose vere non si amministrano, si aspettano.
Ieri l’Aquila ha smesso di essere nonna. Io ho semplicemente ritrovato, intatto, qualcosa che avevo lasciato lì trentaquattro anni fa.





