
Go Away You Bomb
21 Luglio 2026
Tra Milano e Roma, e Siena in nessuna delle due stanze
21 Luglio 2026Dove si produce la ricchezza dell’Amiata, e perché l’anello viene dopo
Alle sette e trenta del mattino, sulla provinciale che scende verso la Val di Paglia, si forma una colonna compatta che si muove tutta nella stessa direzione. Otto ore dopo risale. Non serve una statistica per sapere dove va la gente la mattina.
Torna intanto, come ogni pochi anni, l’anello della montagna: la strada che dovrebbe cingere l’Amiata legando i paesi del crinale. Il sindaco di Abbadia la rilancia con argomenti che non ho ragione di sminuire. Va però detto che l’anello, a oggi, non è un progetto. Non esiste un tracciato, uno studio di fattibilità, un quadro economico, un soggetto attuatore. Sono dieci anni che se ne parla e nessuno ha prodotto il documento minimo che ne farebbe qualcosa di deliberabile. Due opere si mettono in ordine di priorità solo se sono due opere: qui abbiamo da una parte una sede stradale che esiste e che qualcuno sta già pagando, dall’altra un’aspirazione. Il primo atto di rispetto verso l’anello sarebbe dargli un tracciato e un costo.
Guardiamo allora dove si produce la ricchezza. Le dichiarazioni Irpef relative all’anno d’imposta 2024, pubblicate dal Ministero dell’Economia il 23 aprile 2026, collocano Siena in testa alla provincia con 31.681 euro pro capite; venticinque comuni si dispongono nella fascia fra i ventuno e i ventiquattromila, sei restano sotto i ventunomila. All’ultimo posto della graduatoria provinciale c’è Radicofani, con 19.559 euro.
Fermiamoci su quel nome, perché contiene tutto. Radicofani è il comune più povero della provincia di Siena. Ed è il comune che ospita, lungo la Cassia in Val di Paglia, lo stabilimento Nuova Rivart del Gruppo Saviola al chilometro 149 e quello di Stosa Cucine, che le stesse organizzazioni sindacali qualificano senza esitazione come impresa di Radicofani. Il suolo su cui poggiano i due maggiori impianti manifatturieri dell’Amiata senese appartiene all’ultimo comune della classifica.
Non è un paradosso: è una legge. Il valore prodotto sul fondovalle non resta dove sta la fabbrica. Esce dai cancelli ogni sera e risale la montagna in forma di salari, verso comuni diversi da quello che ospita l’impianto. Radicofani mette il terreno; il sistema che quel terreno ospita è pianese — Stosa nasce a Piancastagnaio, in una falegnameria di trecento metri quadri, e attorno a Piancastagnaio ruotano manodopera, indotto, filiera. Territorio amministrativo e sistema economico non coincidono da decenni, e nessuno se n’è curato finché non si è trattato di stabilire chi paga l’asfalto.
Da qui la geografia reale dell’Amiata senese, più semplice di come viene raccontata. Ci sono territori di produzione e territori di residenza. Piancastagnaio è un territorio di produzione: genera valore che si trasforma in redditi dichiarati in cinque o sei comuni diversi. Abbadia è un territorio di residenza: incassa redditi prodotti altrove — le pensioni, maturate in un’altra epoca, e i salari guadagnati nel fondovalle — e li dichiara integralmente in casa propria. Nessuna delle due posizioni è più nobile dell’altra, ma sono posizioni diverse della stessa catena, e generano bisogni infrastrutturali diversi.
Le proporzioni dicono di che cosa parliamo. Stosa ha chiuso il 2023 con centottantuno milioni di fatturato, fra i duecentocinquanta e i cinquecento dipendenti e dodici milioni e mezzo di costo del personale. Quest’ultima non è una voce di bilancio, è una massa salariale: dodici milioni e mezzo che ogni anno diventano reddito da lavoro dipendente, e che per diventarlo hanno richiesto duecentoventi percorrenze di quella strada. Il Gruppo Saviola, di cui l’impianto della Val di Paglia fa parte, ha totalizzato ottocentotrenta milioni su quindici stabilimenti nel mondo. Accanto, la pelletteria dell’indotto Gucci con GARPE e GT, il nuovo stabilimento Prada, Celine, Floramiata. Un apparato industriale con clienti in tre continenti, in una valle a cui si accede da una strada sola.
Che sia un sistema unitario, e non una somma di aziende sparse, non lo stabilisco io. L’Istat riconosce in sede censuaria un distretto industriale di Piancastagnaio; l’IRPET ne colloca la specializzazione nella pelletteria. I distretti sono ritagliati dentro i Sistemi locali del lavoro, che per definizione sono insiemi contigui di comuni nei quali la maggior parte della popolazione risiede e lavora: geografie funzionali costruite sui flussi quotidiani casa-lavoro. Quando lo Stato ha disegnato l’area entro cui gli amiatini effettivamente si muovono per lavorare, non ne è uscito un anello. Ne è uscito un sistema che punta verso il basso.
L’obiezione è geografica, non campanilistica. L’Amiata ha due versanti che guardano valli e mercati del lavoro diversi: il grossetano verso la Maremma, il senese verso la Val di Paglia. Un anello presuppone che i paesi del crinale si scambino quotidianamente lavoratori. Non lo fanno. Lo scambio vero è verticale. E poi ci sono i camion: un distretto che esporta cucine, pannelli e pelletteria vive di semirimorchi che entrano carichi di materia prima ed escono carichi di prodotto finito. Quel traffico in quota non sale, e su un anello di crinale non passerà mai, per pendenze, raggi di curvatura, sicurezza. Ha una sola via fisicamente possibile.
C’è poi un fatto nuovo che rende la questione non rinviabile. A Piancastagnaio avanzano i lavori dell’impianto che Nippon Gases realizza in forza dell’accordo del 2023 con Enel Green Power: purificazione e liquefazione della CO₂ naturalmente presente nei fluidi geotermici, destinata ai mercati alimentare, delle bevande e farmaceutico. Legambiente l’ha inserito fra le buone pratiche nazionali di “Comuni rinnovabili 2025”. Il dato che conta è dichiarato dall’azienda: quel volume può coprire circa il trenta per cento del fabbisogno nazionale di CO₂ pura. E la CO₂ liquefatta non viaggia in tubo: viaggia in autocisterne criogeniche, mezzi pesanti soggetti alla disciplina delle merci pericolose. Un impianto che serve un terzo del mercato italiano genera un flusso quotidiano di quei mezzi verso la Cassia e l’autostrada. Non fra dieci anni: fra pochi mesi, sulla stessa sede su cui alle sette e trenta si muovono gli operai. Un investitore privato ha già stabilito, impegnando capitali propri, che quella discesa è infrastruttura logistica di rilievo nazionale. L’amministrazione pubblica non ancora.
Su Abbadia voglio essere netto. Circa seimila abitanti, tasso di occupazione al 44,5 per cento contro il 48,2 toscano, indice di ricambio occupazionale a 354,8 contro il 337,8 regionale — quest’ultimo misura quante persone stanno per uscire dal mercato del lavoro rispetto a quante vi entrano. È l’eredità della chiusura della miniera del cinabro, che ha lasciato pensioni e non ha lasciato fabbriche. Chi ha estratto mercurio per un secolo ha pagato un prezzo che nessun altro comune amiatino ha pagato: un reddito da pensione non è un reddito minore, è un reddito guadagnato prima e spesso duramente.
Vale però un’osservazione sulla sua natura, perché spiega qualcosa che le medie non dicono. Il reddito da pensione non si muove con l’economia del luogo in cui viene incassato: si muove per decreto. Nel 2023 la perequazione automatica fu fissata in via provvisoria al 7,3 per cento, poi determinata in via definitiva all’8,1 sulla base dell’inflazione certificata dall’Istat, con il conguaglio anticipato a dicembre e gli arretrati su tutte le mensilità dell’anno; la rivalutazione piena spettava ai trattamenti fino a quattro volte il minimo Inps, cioè, in un comune di montagna, alla quasi totalità. L’anno precedente l’adeguamento era stato dell’1,9 per cento, quello successivo del 5,4.
Se ne ricava una regola. In un territorio a forte componente previdenziale la base imponibile può salire di otto punti in un anno e scendere a due in quello dopo senza che sul territorio si sia prodotto, o smesso di prodursi, un solo euro di valore aggiunto: il reddito reagisce agli indici nazionali, non ai mercati locali. In un territorio a forte componente salariale il reddito segue invece gli ordinativi, i turni, i rinnovi contrattuali — cioè segue ciò che accade dentro i capannoni, a valle della strada.
Non è una gerarchia di merito ma di bisogni infrastrutturali, che è cosa diversa. Un reddito indicizzato arriva per bonifico e non chiede asfalto: chiede assistenza sanitaria, servizi di prossimità, trasporto pubblico leggero, cose serie e urgenti quanto una strada e diverse da una strada. Un reddito salariale esiste soltanto se qualcuno, alle sette e trenta del mattino, riesce ad arrivare in fabbrica. Ed è questo il punto che vorrei fosse chiaro soprattutto ad Abbadia: la componente salariale del reddito dichiarato dai badenghi dipende da quella percorribilità. Piancastagnaio produce il valore; Abbadia ne dichiara una parte. Se la discesa si degrada, Piancastagnaio perde manodopera e Abbadia perde reddito. Non è una concessione che chiedo: è un interesse che segnalo.
È per questo che la composizione del reddito, e non la sua media, dovrebbe essere il criterio con cui si decide dove mettere i soldi della viabilità. Il Ministero dell’Economia pubblica per ogni comune italiano il dettaglio delle tipologie — lavoro dipendente, pensione, autonomo, impresa, fabbricati — e la distribuzione dei contribuenti per fasce. L’Istat ha diffuso il 2 ottobre 2025 la matrice degli spostamenti per lavoro riferita al 31 dicembre 2021, che riporta cella per cella quante persone si muovono da ogni comune a ogni altro, e pubblica il registro delle unità locali, che dal 2018 al 2023 conta gli addetti che lavorano dentro ciascun comune.
Chiedo tre estrazioni, e chiedo che le facciano i Comuni insieme. Il rapporto fra massa salariale e massa pensionistica dei comuni amiatini, calcolato sugli importi e non sul numero dei contribuenti. I flussi origine-destinazione di tutti i comuni contermini, non solo di quelli comodi. E il rapporto fra addetti insediati e occupati residenti, che è il numero di persone che ogni mattina devono percorrere una strada. Sono calcoli di mezz’ora su dati pubblici. Se ne uscisse un quadro diverso da quello che sostengo, sarei il primo a riscrivere.
Vengo alle priorità. Quella strada è già provinciale: non si tratta di classificarla, ma di prendere atto che la classificazione non corrisponde più alla funzione. Una provinciale è un collegamento intercomunale interno alla provincia; quella sede serve un distretto che esporta, lo connette alla Cassia e al sistema autostradale, e sta per diventare l’unica via d’uscita di una produzione di rilievo nazionale. Non è viabilità di prossimità: è adduzione logistica. La richiesta corretta è l’inserimento nella rete stradale di interesse regionale.
Non è nominalismo, è capacità fiscale. Le Province, dopo la riforma del 2014, hanno competenza sulla viabilità e risorse che non consentono di esercitarla. Chiedere a un ente in quelle condizioni di mantenere un’infrastruttura al servizio di un apparato da oltre un miliardo di fatturato aggregato significa condannarla al degrado lento, che è ciò che sta accadendo. La Regione ha strumenti, competenza sulla programmazione della rete e scala adeguata alla funzione. Da lì il resto, in ordine: la verifica di adeguatezza della sede al transito di autocisterne criogeniche e merci pericolose, che ha una scadenza fissata da altri, cioè dall’avvio dell’impianto; la messa in sicurezza degli innesti agli stabilimenti nelle fasce di cambio turno, dove il rischio è massimo e il costo dell’intervento minimo; l’adeguamento strutturale — larghezza, portanza dei manufatti, piazzole — al traffico pesante che già la percorre.
Quanto all’anello, non propongo di archiviarlo ma di prenderlo sul serio: un tracciato, un ordine di grandezza di spesa, una verifica di fattibilità. È lavoro di mesi. Con quelli diventerebbe candidato legittimo a linee di finanziamento proprie — turismo, paesaggio, mobilità dolce — dove troverebbe argomenti migliori di quelli che trova competendo con la viabilità produttiva. Senza, resterà ciò che è: qualcosa che si può evocare e mai finanziare. Tenerlo in concorrenza con la discesa significa far contendere le stesse risorse a due ragioni entrambe rispettabili, e non realizzare né l’una né l’altra. È quanto è accaduto negli ultimi dieci anni.
Una montagna si tiene viva rendendola bella da attraversare e rendendo possibile lavorarci. Il secondo viene prima, perché senza il secondo non resta nessuno ad attraversarla. Gli anelli si disegnano guardando la carta dall’alto. Le strade che contano si vedono stando fermi a un incrocio alle sette e trenta del mattino.





