
Il nome e la pena
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A Siena il controllo ha un indirizzo preciso. È ai piedi del centro storico, oltre Porta Romana, dentro l’ex ospedale psichiatrico di San Niccolò: un monastero trecentesco riadattato nel 1818 ad accogliere i «matti» e cresciuto fino a diventare un villaggio manicomiale da oltre duemila ricoverati. Lì c’è il Padiglione Conolly, e in quel nome sta racchiusa tutta la storia che ci riguarda. Porta il nome del medico inglese apostolo del non-restraint, di chi per primo tolse le catene ai folli convinto che la cura cominci dove finisce la costrizione. Eppure quel padiglione dedicato alla libertà è costruito come un panottico: l’architettura pensata perché un solo sguardo sorvegli tutto, dove il recluso che si sa potenzialmente osservato in ogni istante finisce per sorvegliarsi da sé e obbedisce senza che nessuno alzi la voce. Non due anime opposte, dunque, ma una cosa sola. Nel medesimo gesto si sciolgono le catene visibili e si perfeziona quella invisibile. La riforma più umana partorisce il controllo più totale: si libera il polso e si cattura lo sguardo.
Rileggo le cronache di questi giorni con quell’immagine addosso. Cinquantasette reati nuovi, sessanta aggravati, pene che sommate sfiorano i cinquecento anni: un catalogo che non nasce da un disegno ma dall’inseguimento, ogni fatto di sangue una norma, ogni titolo di giornale una fattispecie. Ma il punto non è la durezza esibita; è la grammatica che vi lavora sotto. Il provvedimento del Governo non abbassa la soglia dell’imputabilità, che resta ferma a quattordici anni: inverte l’onere della prova, presumendo capace di intendere e volere il ragazzo tra i quattordici e i diciotto fino a prova contraria. «Non abbiamo abbassato l’età», è la rassicurazione, ed è vero alla lettera. Nessuna catena aggiunta. Ma spostare la presunzione, far sì che sia il minore a dover dimostrare la propria incapacità, è la stessa mossa del padiglione senese: si toglie il ferro e si mette l’occhio. Il nome rassicura, la sostanza congela. E su un binario parallelo corre la proposta di portare la soglia a tredici, a dire che la direzione è segnata. In entrambi i casi si decide in anticipo che per un ragazzino non esista un poi. È ciò che la Costituzione vieta quando lega la pena alla rieducazione: essa afferma che la persona non coincide mai del tutto con la sua colpa, che resta sempre un margine di ritorno. Togliere quel margine non è severità, è resa.
Il controllo, del resto, cammina su due gambe. Una stringe, l’altra distrae. Alla vigilanza si affianca lo svago, il flusso ininterrotto che occupa l’attenzione e la tiene lontana dalle cause: la morte di un uomo a Bologna, schiacciato durante un’operazione di contenimento, diventa in poche ore polemica tra ministro e sindaco, si consuma nel ciclo dell’indignazione e si spegne. Nel frattempo la domanda vera — che cosa viene prima del reato, quali strade abbiamo smesso di offrire — non trova spazio, perché non è spettacolare. La pronunciano soltanto i preti che stanno in mezzo agli adolescenti, con parole semplici e per questo scomode: mancano le risposte educative. Manca ciò che nessuna legge d’emergenza saprà mai fabbricare.
Un tempo si diceva pane e circo; oggi diciamo sicurezza e piattaforma. La forma cambia, la funzione no. E il Padiglione Conolly resta lì a ricordarci l’inganno più sottile: che si può liberare qualcuno tenendolo prigioniero meglio di prima. La vera promessa di quel nome — la cura comincia dove finisce la costrizione — l’ha tradita proprio l’edificio che lo porta. Tocca a noi tenerla, quella promessa, contro ogni costrizione, visibile o invisibile: restituire un futuro a un ragazzo, non costruirgli attorno una gabbia più elegante.





