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C’è un modo di raccontarsi che tradisce più di quanto confessi. Leggo l’intervista di Sara Pugliese e trovo, riga dopo riga, il vocabolario dell’appartenenza: comunità, famiglia politica, valori che ci guidano dal 1994, coesione, squadra. È il linguaggio caldo di chi vuole che ci si senta a casa. Peccato che i fatti richiamati nella stessa pagina raccontino l’opposto: Bondi e Salvini usciti dal partito, Pallassini che lascia il coordinamento provinciale, i cambi di casacca dentro la coalizione. Una comunità, sì, ma che si riconosce per sottrazione, che si definisce attraverso le partenze più che attraverso le adesioni. E allora ho qualche dubbio che si possa chiamare famiglia un luogo che si compatta ogni volta che qualcuno se ne va. La selezione di cui Pugliese parla senza volerlo non è un progetto: è ciò che resta quando gli altri hanno chiuso la porta.
Il punto vero, però, quello che trasforma la rassicurazione in una scommessa, si chiama Vannacci. E qui vorrei essere netto. Mi si dirà che Vannacci è Lega, non Forza Italia, che la coalizione non è fusione, che essere alleati di governo non significa condividere la stessa idea dell’uomo. È l’argomento realista, e in Italia ha una tradizione lunga: la Democrazia Cristiana teneva insieme mondi incompatibili, il pentapartito pure. La politica ha sempre tollerato ciò che il pensiero non riesce a conciliare. Ma è proprio per questo che la difesa non regge fino in fondo. Perché una cultura liberale, quando è qualcosa di più di un’etichetta stampata sulla carta intestata, poggia sul primato della persona, sul limite del potere, sul pluralismo come valore e non come fastidio da sopportare. La grammatica di chi ha scritto del mondo al contrario è costruita sull’esatto rovescio: la nostalgia di un ordine dato, la restaurazione, la diffidenza verso la pluralità stessa. Non è un’alleanza scomoda tra due programmi. È la convivenza tra due idee dell’uomo che non stanno nella stessa stanza. E chiamare tutto questo “moderatismo” non è una sintesi: è un rinvio.
Un rinvio che ha una data. Pugliese guarda giustamente alle Comunali del 2028 e si schiera al fianco di Nicoletta Fabio, e fa il mestiere che deve fare. Ma prima del 2028 ci sono le Politiche. E le Politiche sono il momento in cui i nodi arrivano al pettine tutti insieme, senza la comoda distanza dell’amministrativa, dove si può sempre dire che a Siena si parla di strade e di rifiuti e non di visioni del mondo. Alle nazionali si vota su un’idea di Paese, e lì la domanda che oggi si può ancora accantonare diventa una scheda: sto con chi vuole più Europa o con chi la considera una gabbia, con chi difende i corpi intermedi o con chi li vuole spazzare via, con chi tiene il pluralismo o con chi lo tollera in attesa di poterne fare a meno. Non si sceglie il sindaco, si sceglie la maggioranza di governo. E allora l’anima liberale di Forza Italia dovrà dire non cosa è, ma con chi sta. Che è una cosa diversa, e molto più impegnativa.
Del resto il liberalismo italiano di massa, va detto per onestà, non è mai stato una dottrina rigorosa: è stato una postura — europeista, atlantista, filo-impresa, cattolico-moderata — tenuta insieme più dall’appartenenza a una coalizione e a un uomo che da un programma. La tensione che segnalo non l’ho inventata io: è costitutiva di quel partito fin dalla nascita. Solo che finché c’era il collante non si vedeva. Berlusconi era il collante. Venuto meno lui, resta appunto la selezione. Perché una comunità fondata sull’appartenenza e non sull’idea tiene finché qualcuno incarna l’appartenenza; poi si scopre che l’idea, da sola, non bastava a tenere dentro tutti.
Non nego il lavoro fatto, i trecento iscritti, il gruppo giovani, Azzurro Donna. I partiti si ricompongono davvero attorno a nuove leve, e sarebbe ingeneroso ridurre tutto a fumo. Ma la domanda resta, e non è se Forza Italia sia una comunità. È di cosa. Se di un’idea liberale — e allora deve spiegarci come convive con chi quell’idea la nega — o di una posizione dentro uno schieramento, e allora “liberale” è il nome e “centrodestra” è la sostanza. Pugliese risponde con il primo linguaggio a una realtà che funziona secondo il secondo. Comunità, va bene. Ma molto selezionata. E le Politiche, prima ancora del 2028, ci diranno secondo quale criterio.





