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Da un palco di Asiago, in una domenica d’agosto, il leader del Movimento Cinque Stelle ha spiegato come intende sciogliere la questione più grave che una politica estera possa porsi — se armare o no un Paese sotto invasione. La affiderà alle primarie: «Faremo decidere agli italiani». E il confronto che verrà, ha aggiunto, sarà «un derby». Nelle stesse ore, nel centro di Mosca, una donna entrava in un ristorante italiano con una bomba nascosta in una scatola regalo, mentre si festeggiava il compleanno di un generale russo. Cinque morti. Due modi di «decidere», messi uno accanto all’altro: il conteggio dei gazebo e l’ordigno azionato a distanza. Vale la pena tenerli insieme, perché la distanza tra i due dice qualcosa dell’Italia di questo momento.
La linea di Conte, in sé, non è una bizzarria. Niente sostegno militare a Kiev, sì agli aiuti e alle sanzioni economiche, e soprattutto negoziato. Gli argomenti li conosciamo: l’arsenale ucraino ormai imponente, le componenti oscure che vi si annidano, il mercato delle armi che nessuno controlla, la stanchezza di una guerra che dura da oltre quattro anni, le risorse sottratte alla sanità e alla scuola. C’è un pacifismo antico che parla in queste parole, e un’opinione pubblica reale che vi si riconosce. Non è la sostanza a lasciare interdetti. È la mossa procedurale. Perché sottoporre a un conteggio di voti se armare un popolo aggredito non significa affatto «far decidere la gente»: significa non decidere. Significa sciogliere una responsabilità morale e strategica in uno strumento per gestire una leadership interna. Una questione di principio si trasforma così in una carta da giocare nella partita per il comando di una coalizione che ancora non esiste.
Dall’altra sponda, del resto, si specchia lo stesso gioco. I riformisti del Partito democratico mettono in guardia dalle «alleanze a tutti i costi»; e da fuori il ministro degli Esteri infila il dito nella piaga con una domanda che è tutta politica interna: «E Schlein cosa dice?». La barca del campo largo non è salpata e già si litiga sulla rotta, si dettano «punti imprescindibili, non negoziabili» prima ancora di avere un equipaggio. Il vero soggetto del contendere, sotto la disputa sull’Ucraina, non è l’Ucraina: è chi fissa la linea, quale identità prevale, chi tiene il timone. La politica estera ridotta a leva del posizionamento interno — la guerra di un altro Paese usata come specchio in cui misurare le proprie forze.
E mentre la linea si contratta come una questione di appartenenza, la guerra procede con una grammatica sua, che dei gazebo non sa nulla. Da anni corre, sotto la superficie del fronte, una campagna di eliminazioni mirate che ha già una sua liturgia: la statuetta esplosiva consegnata come dono in un caffè di San Pietroburgo, la bomba nello scooter elettrico, l’autobomba fuori casa, il generale colpito a fucilate sotto il proprio portone. Adesso l’elenco arriva a un ristorante italiano di piazza Kudrinskaya, dove si celebrava il generale accusato del massacro di Bucha, da poco al comando delle forze aerospaziali. Il metodo si ripete con la fedeltà di un rito: una donna, un regalo, l’esplosivo travestito da gesto domestico. È così che, in questa guerra, certe decisioni si prendono davvero — non alzando la mano, ma facendo detonare una scatola.
E l’Italia? È presente in tutto questo non con una posizione, ma con un’insegna sopra una porta: un ristorante di cucina italiana, uno chef campano, dipendenti italiani finiti dentro la guerra di altri. Ci pensa l’ambasciata russa a Roma a trascinarci nella scena, spiegando che l’attentato serviva a «intimidire gli italiani» che lavorano in Russia. Ecco il punto che dovrebbe far riflettere chi immagina di risolvere la questione ai gazebo: si diventa bersaglio di un racconto proprio mentre si discute se avere o no una linea. L’assenza di una posizione non ti tiene fuori dalla guerra; ti rende un oggetto che gli altri possono usare. Non si esce dalla storia rifiutando di scegliere dentro di essa: semplicemente, un ruolo te lo assegnano loro.
Restano le due scene, da rileggere insieme. C’è qualcosa di osceno nella distanza tra la leggerezza della metafora — la partita, il derby, la conta delle teste — e la concretezza di un ordigno in un pacco dono. Non perché la domanda pacifista sia illegittima: è tra le più serie che una comunità possa porsi, e chi la liquida come viltà non ha capito nulla. Ma proprio perché è seria non può diventare l’arnese con cui si stabilisce chi guida una coalizione non ancora salpata. Certe domande, quando le trasformi in un derby, smettono di essere domande e diventano alibi. La guerra, intanto, non aspetta le primarie.





