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C’è, a Siena, un ospite che non si alza mai da tavola. Siede al centro della scena come la statua che nel Don Giovanni si presenta al banchetto: di pietra, immobile, e capace di muovere le pedine con la calma di chi non ha fretta, perché il tempo lavora per lui. Non gli occorre vincere le elezioni: gli basta restare seduto più a lungo di chi si illude di prenderne il posto. Non conquista, occupa. E quando qualcuno crede di poterlo sfidare impunemente, gli stringe la mano e lo trascina giù.
Conviene dire subito chi è, perché l’equivoco è la sua difesa migliore. Il Commendatore non è un uomo, non è un nome da fare col dito. È la struttura economica, la realtà materiale dei rapporti sociali — e dunque di potere, che ne sono la forma visibile. È ciò che la politica si illude di aver espulso dal proprio banchetto e che ritorna inesorabile a reclamare i propri diritti. E poiché vive di rendita, di posizione, di ciò che è già dato, ha un’avversione istintiva e totale per l’innovazione: in ogni suo senso. Perché innovare — che sia una tecnologia, un’istituzione, un’idea, un modo di stare al mondo — significa cambiare i termini del gioco, e la pietra non vuole che il gioco cambi: vuole che resti quello in cui lei siede già a capotavola.
Ci fu una stagione, negli anni Novanta, in cui parve sconfitto, e la città respirò come dopo una febbre lunga. Per un momento sembrò possibile l’idea più semplice ed eversiva: che le istituzioni appartenessero a chi le abita, non a chi le amministra da una rendita. Durò poco. Venne il diluvio — la caduta della Finanza — e sotto quelle acque, mentre affogavano progetti e ceti dirigenti, la statua non si mosse. Non poteva: non era un attore in scena, era il pavimento su cui la scena poggiava. L’acqua si ritirò, e lei era ancora lì, ripulita la base dal fango.
Il Partito Democratico, un tempo, con quella presenza sapeva confrontarsi: ne misurava il peso, sapeva quando trattare e quando resistere, perché sapeva almeno che era lì. Poi l’autoreferenzialità nella gestione della Finanza, per giunta fatta male, lo ha isolato e sconfitto. Aveva scambiato l’occupazione del potere per il possesso della città, e ha scoperto troppo tardi che era un prestito: e chi tiene il libro dei prestiti siede a capotavola.
Le destre non hanno fatto meglio, per lo stesso errore di prospettiva. La prima si è portata via pezzi di quel potere senza capire la chance che aveva tra le mani: l’occasione di toccare la struttura, non l’arredo, spesa per accomodarsi dentro il cerchio. La seconda è ininfluente, avendo perso le battaglie che contavano — il Biotecnopolo, e da ultimo le nomine in Fondazione. Non è un caso che la sconfitta più grave riguardi proprio il Biotecnopolo: lì si giocava il futuro, la possibilità che Siena producesse qualcosa di nuovo invece di amministrare l’esistente. Perdere quella partita significa aver ceduto la scommessa sull’innovazione a chi non ne ha alcun interesse. Perché a Siena la vera urna sono le nomine: si vota lì, a porte chiuse, molto dopo che gli elettori hanno votato invano.
E lui? Sempre seduto. Il riposizionamento generale delle forze poco inciderà, perché avviene sul piano della scena, e la statua sta più in basso, dove le sedie non si spostano perché sono fondamenta. Perfino nel centrodestra il movimento è di superficie: Vannacci drena verso lo schieramento alternativo le componenti più liberali, sposta il baricentro e lascia un centrodestra svuotato dei suoi contrappesi. Un travaso tra vasi che restano tutti sopra il livello della pietra.
Merita attenzione ben altro: un blocco cattolico che si va saldando — o si è già saldato — e che guarda al Sindaco e al Rettore come ai due poli di una geometria nuova. Quando il potere civile e quello del sapere si cercano, e una benedizione li tiene insieme, non nasce un’idea di città: si ricostituisce una griglia. Ci siamo già passati. E le griglie si smontano solo quando qualcuno ha il coraggio di dire dove si vuole andare: coraggio che oggi non si vede.
Meno che mai nel PD, disposto a tutto pur di tornare a sedersi in quelle poltrone. I nomi sono un dettaglio: qualcuno, nei suoi pressi, ripassa già il manuale Cencelli, l’aritmetica della spartizione, come se il problema fosse distribuire caselle e non scegliere una rotta. La visione conta poco, quando l’obiettivo si è ridotto al ritorno. Si contratta la geografia delle cariche prima ancora di avere qualcosa da amministrare — e chi si accontenta di redistribuire le sedie ha già accettato che il capotavola non si tocca.
Va detto senza infingimenti: gli amministratori, e con loro il partito, si sono abituati a ricavare il consenso dalle istituzioni, locali o regionali, anziché dalle idee. Le alleanze non si stringono più su un progetto: ci si federa sugli scarti di bilancio, su ciò che avanza dopo che ciascuno ha preso la sua parte. Ma quegli avanzi sono le briciole che cadono dalla tavola del Commendatore, e chi le raccoglie non siede: sta sotto, e lo serve.
Intanto lui è sempre lì. Non vota, non gli serve un programma, perché non è un contendente: è la condizione stessa della contesa. Osserva i SENESI affannarsi intorno alla tavola, contare le poltrone, e sorride di quel sorriso che solo la pietra sa fare: finché si litigherà su chi gli siede accanto, e non su come cambiare il gioco, a nessuno verrà in mente di chiedersi chi lo tiene in piedi.
La domanda vera non è chi occuperà le poltrone del prossimo giro. È se qualcuno troverà il coraggio di guardare sotto la tavola, di riconoscere la struttura e chiedersi se debba restare così. Perché con il convitato di pietra non si tratta, e non lo si scaccia con un nome: lo si affronta sul terreno che è suo — chi possiede e chi amministra, chi conserva e chi osa cambiare — oppure lo si serve, apparecchiando ogni volta il suo posto a capotavola.





