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Ogni volta che si torna a parlare della sorte di Banca Monte dei Paschi, riaffiora una versione del 2021 che il tempo ha addolcito fino a renderla irriconoscibile: l’unità istituzionale fra Comune, Regione e territorio avrebbe «scongiurato e ridefinito» l’operazione UniCredit. È una memoria consolatoria, e come tutte le memorie consolatorie ha il vizio di mettere al centro chi la racconta. I fatti, però, dicono un’altra cosa.
L’operazione UniCredit non fu fermata da alcun fronte senese o fiorentino. Saltò all’unico tavolo che contasse, quello fra l’amministratore delegato Andrea Orcel e il Tesoro. Si trattava su un perimetro selezionato — neutrale, anzi accrescitivo sul capitale per Piazza Gae Aulenti — con lo Stato chiamato a farsi carico dei rischi legali e di una ricapitalizzazione consistente prima del passaggio di consegne. La forbice sui numeri era troppo ampia: quanto avrebbe dovuto versare il Tesoro perché l’affare stesse in piedi era molto più di quanto il Tesoro fosse disposto a mettere. A fine ottobre Orcel si alzò. Non lo fecero alzare le mozioni dei consigli comunali.
Conviene ricordarlo, perché è la parte che il racconto rimuove: il governo Draghi quel matrimonio lo voleva. Aveva tutto l’interesse a chiudere la partita del Monte cedendone il controllo a un grande gruppo, e lavorò in quella direzione. Se un fronte politico contò, fu quello favorevole all’operazione, non quello contrario. Attribuire l’esito alla mobilitazione del territorio significa scambiare il rumore di contorno per la causa. Le assemblee, i comunicati, gli appelli furono legittimi e comprensibili; non spostarono la trattativa di un millimetro.
C’è poi la parola più abusata: «ridefinire». Non vi fu alcuna ridefinizione. UniCredit se ne andò e il Monte imboccò la strada in solitaria — l’aumento di capitale da 2,5 miliardi dell’autunno 2022, la ristrutturazione condotta dal management, il risanamento pagato dagli azionisti e dai dipendenti. Nessuna regia territoriale disegnò quel percorso: lo si subì, e alla fine — per competenza di chi lo guidò e per il ciclo favorevole dei tassi — lo si superò. La salute odierna dell’istituto nasce di lì, non da un colpo d’ala delle istituzioni locali.
Nulla di tutto questo toglie valore alla pressione politica, che una funzione ce l’ha: può alzare il prezzo di un cattivo accordo, strappare garanzie sull’occupazione, sui presìdi, sulla sede. È un lavoro necessario, e i senesi hanno ragione a pretenderlo dai loro rappresentanti. Ma «scongiurare» è un’altra cosa, e nel 2021 nessuno scongiurò nulla: l’esito era già scritto nelle cifre, e le cifre non le decise la città.
Ricordare il 2021 per quello che fu — una trattativa fallita sui numeri, non una vittoria di popolo — non è un esercizio di freddezza. È l’unico modo onesto di onorarlo. Perché una comunità che si racconta di aver vinto una battaglia che non ha combattuto si prepara male a quelle che dovrà combattere davvero.





