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8 Agosto 2026A nome degli altri
C’è, all’inizio della conversazione che Francesco Stocchi ha avuto con il cardinale José Tolentino de Mendonça sul Foglio, una risposta che sembra un aneddoto e invece è una chiave che apre tutte le porte del colloquio. Alla domanda quasi rituale sul proprio nome, il prefetto del Dicastero per la cultura risponde di averlo ereditato da un fratellino morto. E ne trae una legge dell’esistenza: si vive con gli altri, per gli altri, ma anche a nome degli altri. Il nome, che di solito serve a separare un individuo dal resto, diventa qui il contrario di ciò che dovrebbe fare — non recinta un io, lo consegna. La biografia non comincia dal soggetto ma da un altro che quel soggetto precede e lo attende.
Vale la pena sostare su questo rovesciamento, perché è la radice segreta di tutto il resto. L’uomo che oggi riconosce negli artisti contemporanei degli interlocutori necessari — non figuranti chiamati a illustrare una dottrina, non fornitori di sacro su commissione, ma voci da ascoltare perché parlano dell’uomo e del tempo — è lo stesso che ha imparato per primo su di sé che l’identità è un dono ricevuto, non una conquista. E qui sta il punto che riguarda ben oltre la Chiesa. Si può ascoltare davvero soltanto se non si parte da sé. Chi è pieno di sé orienta, corregge, arruola; chi porta dentro un vuoto d’origine — un nome che era di un altro — lascia che la cosa venga verso di lui e lo trasformi. La differenza tra chi guarda l’arte per usarla e chi la lascia accadere non è di strategia, è di ontologia.
Tutto il racconto lavora su questa stessa nota. La nonna che in Angola abitava il territorio non per diritto di superiorità ma per empatia, e che smise di avere le sue visioni quando la barriera coloniale le chiuse il mondo magico in cui viveva. Il verbo conoscere letto alla lettera: nascere con. La frase che il cardinale ripete con gratitudine — siamo un’opera degli altri — e che smonta l’idea moderna del talento come proprietà privata dell’io. Perfino l’iniziazione alla poesia non è un libro ma un incontro: il mondo orale della nonna che tocca il rigore delle teche del museo di storia naturale, il mito che incrocia l’inventario. Da un lato il racconto, dall’altro la classificazione; e nel loro attrito nasce l’arte di vedere, che non è il minuzioso guardare di chi cataloga per possedere, ma il lasciarsi sorprendere di chi riconosce che sono le cose ad avere in sé il potere di stupire.
Ecco perché, chiuso il colloquio, la più grande invenzione dell’uomo non è per lui il fuoco né la ruota né la stampa, ma la parola — a patto di ricordare che la parola non viene mai sola, si accompagna sempre all’ascolto. Non serve a spiegare il mondo. Serve ad abitarlo, da inquilini di passaggio. È una lezione che una Chiesa tornata sulla soglia dell’arte contemporanea farebbe bene a non dimenticare, ma che vale per chiunque abbia il compito di custodire qualcosa che è più grande di lui: si porta bene un nome solo quando si è capito che non è mai stato soltanto il proprio.





