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8 Agosto 2026
Il Monte, dal titolo cubitale alla riga in corpo minore
8 Agosto 2026II. I due golden power. Cosa il tavolo del 20 agosto può ancora ottenere
di pierluigi piccini
Proviamo a mettere le cose in fila, senza alzare la voce, perché il tempo è poco e la chiarezza vale più dell’indignazione. Il 20 agosto un tavolo si riunisce a Roma sul futuro del Monte: il ministro dell’Economia riceve il presidente della Regione, la presidente della Provincia e la sindaca di Siena. Vale la pena arrivarci sapendo esattamente cosa è già deciso, cosa è ancora aperto, e cosa resta davvero da decidere, perché è in quest’ultimo spazio — stretto, ma reale — che una Regione può ancora essere utile. Il punto di partenza è un fatto, non una colpa: la banca in senso contabile sta bene, e insieme il peso di Siena dentro quella banca è dimezzato. L’utile complessivo cresce di un quarto, l’utile per azione scende da settanta a trentotto centesimi; la salute dell’istituto e il peso della città non vanno più insieme, vanno in direzioni opposte. È da qui che bisogna cominciare, perché dice che difendere il socio senese non è la stessa cosa che lodare i conti.
Cominciamo da ciò che è deciso. Mediobanca è dentro, l’integrazione arriva al traguardo nel quarto trimestre, con l’assemblea di settembre a ratificarla; ed è definita nella sua architettura anche la parte toscana, un’entità bancaria che comprende il marchio del Monte, circa 635 filiali e gran parte delle strutture centrali, ceduta per cassa a Unipol per tra tre e tre miliardi e mezzo, entità che Unipol ha già annunciato di voler fondere con Bper chiamando il nuovo gruppo, secondo in Italia per sportelli, proprio «Banca Monte dei Paschi». Il nome sopravvive migrando verso un soggetto la cui sede legale è a Modena; e se il nome che resta è quello del Monte, dove tiene la direzione non lo stabilisce nessuna legge, perché sede legale e direzione generale possono abitare due città diverse. Qui la contraddizione è anche una leva. Veniamo allora a ciò che è ancora aperto, per non spendere le poche settimane su battaglie perse: il fascicolo dell’Opas è all’Antitrust dal 26 giugno, con quaranta autorità coinvolte e i termini congelati in attesa delle informazioni aggiuntive richieste all’offerente; pesa l’incognita del Danish Compromise*; il governo si dichiara neutrale, ma il comitato del golden power potrà imporre prescrizioni, dichiaratamente a garanzia della concorrenza; il Tesoro punta a uscire dal residuo 4,86 per cento, poco più di un miliardo e mezzo, al momento di mercato più propizio; e resta sullo sfondo la contromossa di Banco Bpm, che però è ancora una proposta non vincolante, priva di prezzo e di concambio. Il perimetro non è chiuso: è esattamente la finestra in cui una condizione può ancora essere scritta.
E qui il golden power va sdoppiato, perché non è una cosa sola. C’è quello grande, sull’asse che porta a Generali, dove si difende un interesse nazionale — l’assicurazione, il risparmio — e una Regione può chiedere di essere ascoltata, non di decidere. E c’è quello che morde sul territorio, legato alla cessione toscana, ed è l’unico terreno su cui il 20 agosto si gioca qualcosa di ottenibile. La proposta annunciata dalla Regione, rafforzare la Fondazione, è cosa buona ma è a valle, non tocca l’assetto della banca; la richiesta che regge è un’altra, e va detta nella lingua di chi la deve accogliere. Non «difendiamo la sede» come aggettivo, perché un marchio si difende con un atto, ma, dentro le autorizzazioni e finché il perimetro è aperto, legare alla cessione toscana una condizione scritta: il mantenimento a Siena del nome, della sede e di un nucleo di funzioni direzionali definite. Bisogna dire anche cosa risponderanno, altrimenti la richiesta non regge: l’operazione promette sinergie di costo, e i tagli di costo nascono anzitutto dall’eliminare le funzioni doppie, sicché la logica industriale spinge a concentrarle e non a lasciarle a Siena. Chiedere l’intera direzione generale è una posizione che cade subito; regge invece chiedere funzioni precise, indicate una per una, messe nero su bianco finché il perimetro non è chiuso. E poiché l’entità ceduta è destinata a operare, per un tempo, come istituto autonomo, quelle funzioni non sono un privilegio da concedere ma ciò di cui un istituto autonomo ha comunque bisogno: si tratta solo di scrivere dove.
La prima è il governo del credito, la direzione crediti dell’entità, il potere di deliberare i fidi oltre la soglia di sportello, che deve restare a Siena perché è la funzione che decide se il credito a famiglie e imprese del territorio si valuta da vicino o da lontano, e non è affatto una doppia funzione da accorpare, dal momento che un istituto autonomo il credito lo deve deliberare da qualche parte, e allora che sia qui. La seconda è la testa della rete, la direzione dei circa seicento sportelli con la sua struttura, il livello che tiene insieme la rete che porta il nome del Monte: separarlo dal nome significherebbe tenere l’insegna e mandare altrove chi la governa. La terza, la più dura da ottenere e proprio per questo la più sostanziale, è la spina operativa, un nucleo definito di back-office e di presidio informatico, che è la prima cosa che la logica delle sinergie vuole concentrare ed è insieme il luogo dove stanno i posti di lavoro qualificati: se la banca deve funzionare da sola prima della fusione, una parte di questa spina esiste comunque, e basta scrivere che esista qui. La quarta è il rapporto con il territorio dotato di un indirizzo, una direzione dedicata alle relazioni con enti, imprese e corpi intermedi toscani e alle relazioni sindacali dell’entità, che è la funzione capace di trasformare in ufficio con persone ciò che Unipol rivendica a parole quando dice di aver voluto il nome del Monte per il suo legame col territorio, perché un legame senza un indirizzo è uno slogan mentre un legame con una direzione è un fatto. Sono quattro funzioni, non una restaurazione, e non vanno contro l’interesse di chi compra, anzi ci vanno d’accordo: Unipol è il braccio finanziario del mondo cooperativo, e con quel mondo la Toscana parla la stessa lingua, lo stesso mondo mutualistico da cui il Monte, nel 1472, era nato come credito pensato prima come servizio che come profitto. È l’unico compratore a cui Siena può parlare da dentro e non nella lingua della pura finanza, e chiedergli di scrivere queste quattro righe è chiedergli di essere coerente con il nome che ha scelto di portare.
Messe in fila, le cose dicono questo. La sostanza — Mediobanca, Generali, il risparmio — la prende Milano, e su quello si può poco; una metà della rete si dissolve senza nome; ciò che resta da difendere è il pezzo che il nome lo porta ancora, e la sua testa, e la testa adesso ha un elenco. Un tavolo che il 20 agosto avesse il coraggio di chiedere queste funzioni, non una direzione generica ma il credito, la rete, le operazioni e il territorio, ciascuna con il suo indirizzo a Rocca Salimbeni, farebbe per il Monte più di tutte le formule sul lungo periodo. È poco, rispetto a ciò che il Monte è stato, ma è tutto ciò che si può ancora ottenere, e sarebbe imperdonabile accorgersene il giorno dopo.
*Danish Compromise. E’ una norma prudenziale dell’Unione Europea che consente alle banche di alleggerire l’impatto sul capitale quando possiedono o comprano quote di compagnie assicurative.





