
II. I due golden power. Cosa il tavolo del 20 agosto può ancora ottenere
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Due modi di non perdersi
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Due tempi sulla semestrale e sul tavolo del 20 agosto: cosa i numeri nascondono, cosa la Regione può ancora chiedere
di pierluigi pccini
I. Quattro record e una riga in corpo minore
C’è un modo di leggere i giornali di questa mattina che rassicura, e uno che informa. Chi li sfoglia in fretta trova, nelle stesse pagine dell’8 agosto, quattro semestrali celebrate tutte con la parola più tranquilla che il lessico finanziario conosca: record. Il Monte a 1,1 miliardi, Intesa a 5,55, Unipol a poco più di un miliardo e in volata, Allianz a 8,5 di premi. E ne ricava l’impressione di una marea unica che solleva tutte le barche, e che dunque anche quella di Siena sia in salvo. È l’impressione che quelle pagine sono costruite per lasciare, ed è la prima confusione da sciogliere, perché ognuno di quei record appartiene a un attore che, nel destino del Monte, ha un interesse opposto agli altri. Il record di Intesa non rassicura su Siena, la rende preda più appetibile, perché il rally del titolo ha già portato il valore dell’Opas da 30,6 a circa 35,5 miliardi, spingendo il prezzo implicito riconosciuto al Monte poco sopra le quotazioni di Borsa senza che l’offerente muova un dito. Il record di Unipol, che i titoli attribuiscono alla rivalutazione indiretta di SpaceX e di Bper, non è un dato neutro, ma la benzina con cui l’acquirente della rete toscana finanzia l’aumento di capitale che gli serve per comprarla. E il record del Monte, l’utile e il Cet1 al 16,3, non è una difesa conquistata ma l’ultimo argomento retorico rimasto all’amministratore delegato contro lo smembramento. Stessa parola, tre significati che tirano in tre direzioni: chi legge la parola e non la posizione si è già perso.
Il numero che conta, in tutto questo, non è in prima pagina, ma più in basso, in corpo minore: l’utile per azione che scende da settanta a trentotto centesimi, meno della metà. Non è una contraddizione con il più venticinque per cento celebrato in alto, è la stessa grandezza guardata dai due lati del concambio con cui Mediobanca è entrata nel perimetro. Le azioni sono più che raddoppiate, la torta è più grande, le fette più numerose, e quella senese si è assottigliata mentre il comunicato festeggiava la crescita della torta. Quando Lovaglio parla di «integrità» della banca dice una cosa vera del corpo societario e falsa della posizione di chi a Siena quel corpo lo aveva custodito: è il primo punto in cui il nome, integrità, e la sostanza, una quota che vale la metà, si separano.
E la confusione, a questo punto, smette di essere un caso e diventa un metodo. La si costruisce con le immagini, l’Odissea evocata dall’amministratore delegato, la centrale elettrica che dividendola perde potenza: figure che sostituiscono al disegno della decisione un racconto, e un racconto tranquillizza sempre più di uno schema. La si costruisce spostando il tavolo, annunciando che si «rafforzerà la Fondazione» e tenendo così il discorso su un piano — l’ente, la sua dotazione — che con l’assetto della banca non ha nulla da spartire. Ogni volta il gesto è lo stesso: portare lo sguardo su ciò che consola e allontanarlo da dove la partita si gioca. Perché la partita, quella vera, non è nemmeno sul Monte. Da quando il Monte ha comprato Mediobanca, ciò che lo rende appetibile è soprattutto la partecipazione di circa il tredici per cento in Generali che Mediobanca porta con sé, una massa enorme di risparmio e di titoli di Stato, e non a caso è proprio sul mercato vita e sulla concorrenza che il board di Siena solleva i dubbi più seri. La sostanza è già migrata, o si prepara a farlo, verso Milano; e quando la sostanza si sposta il nome resta a fare da reliquia — Monte dei Paschi di Siena, banca dal 1472, un’iscrizione sotto la quale il corpo si è mosso. Di Siena, ormai, soprattutto il nome. La sola domanda che i titoli cubitali non pongono, cosa si può ancora fare di ciò che quel nome lo porta ancora, è l’unica che meriti di essere posta. E si pone altrove.





