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La sintesi impossibile
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C’è un dettaglio che a Siena nessuno dirà ad alta voce, ma che tutti in Piazza sanno leggere. A pronunciare l’elogio di Luigi Lovaglio, domani mattina ai Rinnovati, sarà Annalisa Bruchi: senese, giornalista economica di lungo corso, per cinque anni voce della telecronaca del Palio. E tra i nomi usciti dal Magistrato delle Contrade e poi accantonati per far posto al candidato dell’Ateneo c’era anche quello di Mauro Lusini, della sua stessa contrada. Toccherà dunque a lei incoronare chi ha preso il posto di un compagno di rione. Piccole geometrie senesi, di quelle che valgono più di un editoriale.
Ma la curiosità vera è un’altra, e riguarda il linguaggio. Bruchi non è una presentatrice qualunque chiamata a leggere una motivazione di circostanza: è una che l’economia la mastica, che ha portato in televisione la finanza e i suoi eretici, che ha fatto della parola ripartenza il titolo del suo programma. E qui sta il cortocircuito perfetto: il racconto ufficiale di questi anni di Rocca Salimbeni è, parola per parola, un restart — risanamento, rinascita, la banca data per morta che torna a fare utili e a comprare più grande di sé. Difficile immaginare un elogio che non peschi in questo lessico della resurrezione.
La domanda che porto ai Rinnovati è allora la seguente: con quali parole si traduce un’operazione di borsa in merito civico? Lo Statuto chiede di aver accresciuto “la fama e il prestigio di Siena anche oltre i confini della città”. Formula elastica, che negli anni ha coperto artisti, scienziati, uomini di chiesa. Applicarla oggi a un banchiere significa dire che il prestigio della città coincide con la fortuna finanziaria dell’istituto che ne porta il nome. È un’equazione antica, quella tra Siena e il suo Monte — solo che il Monte, nel frattempo, ha spostato altrove il proprio baricentro. “Tutte le strade portano a Siena”, ha detto il premiato di sé stesso. Sarà interessante sentire se anche l’elogio sceglierà questa direzione di marcia, o se avrà l’accortezza di ricordare che le strade, di solito, si percorrono nei due sensi.
Non mi aspetto strappi: la liturgia del Mangia è fatta per rassicurare, non per interrogare. Ma da una giornalista che conosce la differenza tra un bilancio e una benedizione mi aspetto almeno una parola vera — un accenno, un’increspatura, qualcosa che ricordi alla platea che si sta celebrando un’operazione ancora aperta e non un capitolo chiuso. Se arriverà, l’avremo sentita. Se non arriverà, avremo sentito anche quello.
Domani, alle 11.30, si alza il sipario. Poi ne parliamo.





