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La cronaca dice che a sinistra si litiga sul candidato e a destra sul ballottaggio. La cronaca è la buccia. Sotto c’è una cosa sola, e la nominano tutti senza mai guardarla: il vuoto. Conviene dire che cos’è, perché finché resta una parola indignata non spiega niente.
Il vuoto non è mancanza di leader capaci, né di idee brillanti. È una cosa più profonda e più fredda: è la fine di una forma. Il partito, per un secolo, è stato un organismo che affondava nella società, ne raccoglieva gli interessi e li portava dentro lo Stato. Faceva da ponte tra la vita delle persone e il potere. Quell’organismo è morto. Quel che resta è il guscio: una macchina che seleziona il personale e si autoconserva. E un guscio può litigare soltanto su una cosa — la procedura. Primarie o conta, ballottaggio o turno unico: sono le uniche domande a cui una macchina svuotata sa ancora rispondere, perché riguardano se stessa.
Il ponte è crollato dalle due parti insieme. Da un lato la società ha smesso di produrre i soggetti collettivi stabili che davano corpo ai partiti: la sezione, la parrocchia, la camera del lavoro, il ceto che sapeva di essere un ceto. Dall’altro i partiti si sono ritirati dentro lo Stato — vivono di denaro pubblico, di televisione, di sondaggi, non più di radicamento — e galleggiano sopra una società che non si riconosce più in loro. Nel frattempo la direzione delle cose, quella vera, è stata consegnata altrove: ai mercati, ai vincoli, alle stanze dove non si vota. Tolta la direzione, resta solo l’occupazione della macchina. Ecco perché tutto diventa procedura e spettacolo. Non è cinismo dei singoli. È ciò che accade quando la politica sopravvive alla propria funzione.
Qui la destra e la sinistra non pesano uguale, e la ragione è teorica prima che morale. La destra abita il vuoto con agio, perché ciò che offre — ordine, identità, sicurezza — sono affetti, e gli affetti si trasmettono a un pubblico senza bisogno di radici: basta uno schermo. La sinistra no. La sua ragione d’essere era rappresentare un soggetto sociale, portarne gli interessi alla luce del potere. Privata di quel soggetto, e troppo impaurita per nominarne uno nuovo, le resta solo il guscio. Il vuoto, per la destra, è una casa comoda. Per la sinistra è la morte.
E non è una faccenda solo nostra. Ovunque, oggi, l’autorità si stacca dal consenso e si àncora a flussi che non hanno popolo: denaro, tecnologia, informazione. L’uomo forte che parla alla folla e il tecnico che amministra i numeri sono le due maschere dello stesso ritiro del politico dalla società. La lite italiana sul meccanismo è solo il dialetto locale di una mutazione mondiale.
Perciò l’8 e il 9 settembre non vanno letti come tattica. Vanno letti come la forma che prende la politica quando non tocca più la vita che dice di governare. Il meccanismo non è la malattia. È ciò che resta quando la malattia ha finito il suo lavoro. La sola domanda che conti — teorica e pratica insieme — è se qualcuno voglia ancora riempire il vuoto con un popolo, o se ci siamo rassegnati a farci governare dal guscio.





