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Di Pierluigi Piccini
C’è una disfatta che si riconosce dai titoli, perché ha la forma di un evento: un fronte che cede in un punto e in un’ora. E ce n’è un’altra, più sfuggente, che non lascia fotografie della rotta ma una fila di gesti neutri, ciascuno raccontabile come tenuta. La prima si subisce; la seconda si amministra. Ed è perché ha questa forma diffusa e procedurale che può essere comunicata al rovescio: il ripiegamento diventa fermezza, l’abbandono difesa dell’integrità.
Chi era salito a Roma a chiedere l’incontro portava con sé due punti fermi. Il primo: che lo Stato mantenesse la propria presenza nel capitale, quel 4,8 per cento issato a simbolo di garanzia. Il secondo: che il governo tenesse in vita l’ipotesi del golden power, l’unico strumento capace di incidere davvero sull’operazione in corso. Nessuno dei due è rimasto in piedi — e questo è il fatto che nessuna narrazione successiva vuole lasciar affiorare.
Il golden power è caduto per primo, e per mano inattesa. Non è stato il ministro a chiuderlo: sono stati gli stessi richiedenti a derubricarlo, uscendo dall’incontro, a ipotesi “prematura”, a materia che attende pareri tecnici. Si è assistito a un disarmo compiuto da chi era andato a reclamare l’arma. Chi chiede un intervento e poi ne dichiara prematuro l’uso non attende il momento giusto: annuncia, con il linguaggio della cautela, che quel momento non verrà. Mostrare uno strumento estremo e nello stesso respiro dichiararlo non impugnabile non è un atto di forza, è il modo in cui la forza mancante si mette in scena.
Il secondo pilastro è franato subito dopo, con una tecnica più sottile perché non mente. Lo Stato ha dichiarato di aver “congelato” il proprio 4,8 per cento. Ma congelare presuppone lo scongelamento: si mette in freddo ciò che si intende usare più tardi, non ciò che si vuole conservare per sempre. Il verbo porta iscritta dentro di sé la propria fine, e spacciarlo per garanzia significa presentare come stabilità ciò che è, per definizione, provvisorio. La motivazione lo tradisce del tutto: ci si astiene per non interferire con le operazioni in corso — dove le operazioni in corso sono l’offerta di acquisizione, e non interferire significa lasciar fare. L’orecchio rassicurato coglie lo Stato non vende; la frase intera dice l’opposto — se ne andrà quando gli converrà. È qui che agisce la formula più efficace, in questa fase: colloca la promessa in un presente senza scadenza e affida alle settimane il compito di consumare la clausola. Tra un mese resterà soltanto lo Stato non venderà, e sarà stato l’ascoltatore, da sé, a cancellare il non ora. Il potere non mente; dispone le parole in modo che sia chi ascolta a ingannarsi.
Caduti i due punti fermi, resta la scena, e la scena si regge su un principio: sostituire l’esito con il processo. L’incontro ottenuto, l’ascolto ricevuto, il canale rimasto aperto, la disponibilità a rivedersi. Ognuno è un fatto vero, nessuno è un risultato. Essere ricevuti non equivale ad aver ottenuto; e un canale lo si tiene aperto precisamente quando la posizione è già compromessa e non resta che evitare di dichiararlo. A prestare volume alla scena arriva il coro: le istituzioni del territorio, la Regione, la Provincia, i partiti che si accodano, tutti a declinare le stesse tre parole — integrità, territorio, nazionale. L’unanimità viene esibita come forza, ma dice il contrario: ci si stringe attorno a una formula perché non si ha più la mano sulla cosa, e nessuno raduna tanti alleati quando ha i voti per decidere da solo. La stessa enfasi sul 4,8 rivela la sua funzione: una quota che non pesa nei numeri di un’assemblea ma pesa nel simbolico, e proprio perché simbolica è maneggevole — la si carica del valore di un baluardo che non è, mentre le decisioni effettive maturano dove il simbolo non arriva, nei consigli e nelle date delle assemblee.
Sotto tutto lavora una sola legge, non tecnica ma di sociologia della fonte. Questa comunicazione non può nominare la sconfitta perché le sue fonti sono i vinti e il suo pubblico è il territorio che chiede rassicurazione. Dire che il ceto politico locale, in ogni suo colore, non ha più presa sulla banca che fu per un secolo la spina dorsale della città, significherebbe incriminare i propri interlocutori e turbare i propri lettori nello stesso paragrafo. Perciò si registra il salvataggio della faccia e si battezza appiglio ciò che è la prova stessa della disfatta.
Nulla di questo significa che tutto sia deciso: i passaggi formali permangono — autorizzazioni, assemblee, un calendario con scadenze aperte. Ma non ancora concluso e difeso sono due condizioni diverse, e l’intera operazione consiste nel far scivolare la prima nella seconda. Chi è salito a Roma aveva due punti fermi: il golden power e il 4,8 per cento. Il primo l’ha deposto da sé, chiamandolo prematuro. Il secondo se l’è visto restituire congelato, cioè promesso alla vendita. Non ne è rimasto nessuno. E quando di una posizione non resta più alcun pilastro, ma solo il racconto della sua tenuta, la parola esatta non è presidio. È commiato.





