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13 Settembre 2026Il 21 giugno 2027 saranno i 500 anni dalla scomparsa di Niccolò Machiavelli. Alla luce del suo pensiero il filosofo tedesco rilegge il presente: Trump, i miliardari della tecnologia, Putin… «Il Gran Fiorentino separò per primo politica e morale»
Peter Sloterdijk
Il cinismo, erede del Principe
di MARA GERGOLET
È tornato il tempo dei principi. E Peter Sloterdijk propone quasi una teoria politica, forse la prima filosofia politica della nostra era, rileggendo Niccolò Machiavelli, di cui l’anno prossimo ricorrono i 500 anni dalla morte (il 21 giugno 1527). Riflettendo attorno a quel «poter non essere buono» dei principi, che per lui è la chiave d’entrata nell’opera del Gran Fiorentino — e nel mondo d’oggi. La storia non è finita negli anni Novanta, come qualcuno credeva, per colpa dell’interpretazione di certi storici che «non avevano capito molto delle dinamiche d’innovazione nelle società moderne», dice ironico. Il grande filosofo tedesco risponde dalla Provenza, dove si rifugia d’estate prima di tornare a Berlino (sarà a Pordenonelegge, in concomitanza con l’uscita in Italia del nuovo libro): abbina una vertiginosa analisi filosofica a digressioni letterarie, stemperate da ironia e sarcasmo, come sa chi ama Sloterdijk. Il libro (Il principe e i suoi eredi, Raffaello Cortina) ha sulla copertina il dipinto di un principe rinascimentale con la faccia di Trump, tanto per chiarire l’argomento: in Germania è arrivato alla quinta ristampa.
Professor Sloterdijk,perché Machiavelli da cinque secoli provoca scandalo? Che cosa capì meglio degli altri?
«Forse non aveva capito meglio. La Realpolitik era consolidata in Francia almeno da Filippo il Bello, intorno al 1300: l’unità fra politica di potenza e criminalità ai vertici degli Stati si era manifestata già da tempo. Ma Machiavelli fu il primo a lasciar cadere la mistificazione religiosa del potere. Non dedica più neppure una parola all’idea che il principe governi per grazia di Dio. E proprio dentro questa grande omissione, dentro questa lacuna, viene proiettato l’intero libro».
Il principe per Machiavelli deve «potere non essere buono».
«L’ironia sta proprio nel fatto che qui il “non essere buono” viene descritto come una forma di capacità, di saper fare. In altre parole, il male passa dalla parte della virtus: competenza, abilità, poter fare. È una reinterpretazione rivoluzionaria: perché qui nasce qualcosa come un male senza rimorso e, con esso, una separazione della politica dalla morale, in particolare dalla morale cristiana».
Lei nel libro usa questa singolare formulazione: il «secondo peccato originale». Un suo concetto chiave.
«Il primo peccato originale, il mito di Adamo ed Eva, appartiene ai motivi fondativi della cultura giudaico-cristiana. E si manifesta nel fatto che gli uomini non vivono più nel Paradiso. Dunque, la conditio humana nel suo complesso assume il carattere di una pena».
E il secondo peccato?
«Io interpreto l’espulsione dal Paradiso come una retroproiezione dell’etica imperiale, o regale, monarchica. Il fatto che Adamo ed Eva venissero puniti per una piccola disobbedienza, acquista senso soltanto se si presuppone che coloro che raccontano questa storia vivano già in un mondo nel quale comando e obbedienza definiscono la realtà. Quindi la caduta nello Stato, nella gerarchia, è il secondo peccato originale».
Qui sta forse la tesi più radicale del libro. Che l’autoritarismo non sia solo una minaccia esterna, ma una possibilità inscritta nella democrazia stessa.
«Esistono diversi pericoli per la democrazia. Una l’ha descritta Alexis de Tocqueville nel libro sull’America: il rischio che si produca una sorta di tirannia dell’uguaglianza, nella quale la maggioranza reprime radicalmente le minoranze».
E l’altro, quello su cui lei riflette?
«Deriva dal fatto che moltissimi sistemi democratici siano nati da culture dispotiche o monarchiche e che negli abitanti persista una nostalgia del sovrano. Che vi esista, dunque, sempre un conflitto fra tendenze liberali e tendenze autoritarie. Il presente lo illustra in modo impressionante. Questo elemento è dentro la democrazia, iscritto nella struttura piramidale dei nostri sistemi politici».
Giulio Cesare è l’archetipo del principe? Però per attraversare il Rubicone aveva bisogno di una visione, di un segno dall’esterno.
«Non soltanto dall’esterno, ma dall’alto. Fin dall’inizio il potere ha avuto questa caratteristica: presso i Mesopotamici, in Egitto, in Cina. Il potere si è sempre rivestito di un involucro sacrale. Non si affidava soltanto alla forza delle armi».
Quindi quando Donald Trump si traveste da papa o assume l’iconografia di Gesù Cristo non inventa niente.
«Sì. Perché quando un uomo arriva al potere deve anche sviluppare una propria interpretazione del ruolo. Solo pochi uomini molto potenti sono riusciti a fare completamente a meno di una mistificazione religiosa. Iosif Stalin e Mao Zedong sostituirono la religione con la filosofia della storia: ma in questo modo attribuirono a sé stessi una missione quasi divina, una missione storica».
La carrellata è infinita.
«Pensi a Saddam Hussein, che aveva cominciato da ateo e alla fine fece scrivere un Corano col proprio sangue. Muammar Gheddafi, Jean-Bédel Bokassa: c’era la tentazione di rappresentare la politica anche come una sorta di freak show, una galleria delle megalomanie. Ma non si tratta di megalomanie comuni. Sono tentativi di trasformare i successi personali, portandoli a un livello superiore».
Da qui anche il legame fra Vladimir Putin e la Chiesa ortodossa, il patriarca Kirill?
«Naturalmente. Machiavelli lo aveva capito: il principe deve poter non essere buono, ma dall’altra parte, è costretto a comportarsi come se fosse tutta religione o tutta umanità. Solo in epoche di grande corruzione e confusione morale può accadere che anche il popolo applauda un filou, un furfante, al vertice dello Stato. Del resto, era anche la situazione in Italia con Silvio Berlusconi. Gli italiani sapevano che Berlusconi era un po’ mascalzone. Eppure lo approvavano. Esiste una forma di realismo collettivo, per cui le persone dicono: perché l’uomo al vertice dello Stato dovrebbe essere migliore di noi? Gli italiani hanno introdotto anche una forma di ironia nel gioco politico»
Che principe è Trump?
«È entrato in politica come una sorta di entertainer megalomane. È arrivato nel Partito repubblicano da outsider e l’ha corrotto: naturalmente, c’entra anche il risentimento repubblicano nei confronti di Barack Obama. Io ho proposto quest’interpretazione. Friedrich Nietzsche, riferendosi a Richard Wagner nei suoi scritti tardi, diagnosticò e insieme deplorò l’avvento del tipo attoriale nell’arte. Credo che qualcosa di simile si possa dire per la politica. Anche un fenomeno come Hitler rappresentò l’avvento del tipo attoriale nella politica. Ciò che vediamo in America è la vittoria della recitazione sulla politica. Trump stesso si scrive il proprio ruolo, come in un teatro d’improvvisazione. Una figura che viene dalla commedia, dalla farsa. La sua è politica dell’improvvisazione permanente».
I miliardari della tecnologia, Elon Musk, Peter Thiel sono i veri principi del nostro tempo?
«Stiamo entrando in una situazione in cui compare apertamente una condizione neo-aristocratica. Solo che oggi gli aristocratici si presentano come meritocratici, come miliardari della tecnologia. Nel XIX secolo i nuovi poteri agivano nella forma delle società segrete, pensi a Honoré de Balzac nella Storia dei tredici. I nuovi aristocratici non vedono più alcun motivo per rimanere nascosti».
Una situazione nuova e diversa.
«Credo che la si possa comprendere soltanto in relazione a quella teoria del cinismo alla quale lavoro da alcuni decenni. Penso che il cinismo sia davvero uno dei tratti essenziali della nostra epoca. Nel cinismo, l’amoralità lascia cadere la maschera. E la volontà di potenza non ha più bisogno di travestimenti. Si presenta senza veli. Mentre nella democrazia, il potere e la violenza devono sempre essere rivestiti, devono cioè presentarsi sotto la forma del diritto, i nuovi dominatori credono sempre di più di poter scendere in strada anche nudi. E, appena si è formato un nuovo polo carismatico, innumerevoli persone ricche e potenti hanno perso ogni inibizione. La cerimonia inaugurale del secondo mandato di Trump è davvero un’immagine sulla quale vale la pena tornare di tanto in tanto».
Perché così tante persone desiderano l’uomo forte? Prendiamo l’AfD.
«Desiderano l’uomo forte, anche se qualche volta possono accontentarsi di una donna forte».
Il sarcasmo non le fa difetto…
«Potrebbe accadere in Francia… Credo che il desiderio dell’uomo forte sia solo il rovescio del desiderio di essere lasciati in pace. Credo cioè che esista un legame profondo tra il privatismo e ciò che i sociologi chiamano cocooning: il rinchiudersi nella vita privata, nel proprio piccolo mondo più o meno intatto. Da qui anche il consenso a una politica autoritaria. Semplicemente perché da essa ci si aspetta più sicurezza e più tranquillità. Il movimento di estrema destra è anch’esso una forma di privatismo, di ritirata».
Lei scrive che chi vota l’estrema destra dà un calcio alla propria comunità.
«Il simbolo di tutto questo è naturalmente la xenofobia. Perché, agli occhi dei privatisti, lo straniero è colui che porta disordine, è il disturbatore. Naturalmente, è una fantasia ingannevole».
Lei ritiene che Putin sia ben più pericoloso di Trump.
«Trump è pur sempre circondato da un sistema di separazione dei poteri. Putin proviene dai servizi segreti e ha più saldamente in mano il suo apparato. Nei prossimi anni Putin potrebbe trovarsi in una sorta di situazione da partita finale. Ha bisogno di un successo, di mettere un forte punto esclamativo. E potrebbe prendere una decisione irrazionale. Il pericolo maggiore sta proprio davanti a noi, nei prossimi due o tre anni».





