
REQUIEM DI GUERRA
14 Settembre 2026
Rush – Limelight
14 Settembre 2026Pubblichiamo un articolo uscito su Repubblica, che ringraziamo.
Non sempre i capolavori vengono riconosciuti come tali al loro primo apparire.
L’8 maggio 1956, settant’anni fa, al Royal Court Theatre di Londra, debuttò l’opera teatrale che più influenza ha avuto sul teatro e sulla società britannica nel secondo Novecento, Look Back in Anger (Ricorda con rabbia) di John Osborne. Da allora ha definito una generazione letteraria e uno stile di vita (gli «Angry Young Men»), è stata rappresentata migliaia di volte e in tutto il mondo, ed è stata paragonata – dall’altro notevole «giovane arrabbiato» Alan Sillitoe (autore della Solitudine del maratoneta) a «una bomba sganciata sul teatro inglese, facendolo saltare in aria quasi del tutto». Eppure leggendo le prime recensioni comparse l’indomani, se ne deduce che i critici, come si direbbe oggi, “non l’avevano vista arrivare”.
Era un’epoca in cui una prima teatrale metteva in agitazione il mondo della critica, e le platee dei debutti pullulavano di critici. Per cui non si dovette attendere che poche ore per leggere i primi giudizi, che furono di questo tenore: «Un piagnucolio autocommiserativo», secondo Milton Shulman, sull’Evening Standard. Un «esordio confuso», è la conclusione di Philip Hope-Wallace nella sua recensione sul Guardian. Addirittura «a most putrid bosh», qualcosa come «putridissime stupidaggini», a giudizio del critico dell’Evening News.
«Il movimento complessivo» dell’opera, secondo il Times, «è del tutto inadeguato».
Apparentemente appena più benevola, ma in realtà senza alcuna via di scampo, la definizione offerta da Ivor Brown, Cavaliere di Gran Croce per i suoi meriti letterari, nel programma “The Critics”, su BBC Radio: «Una perdita di tempo».
Binkie Beaumont, direttore e produttore teatrale la cui influenza gli valse il soprannome di Eminenza grigia del West End, notoriamente abbandonò la sala ben prima del sipario, in segno di disprezzo per lo spettacolo cui stava assistendo.
Lo stesso Osborne avrebbe ricordato successivamente che furono parecchie le persone del pubblico ad andare via dal teatro la sera della prima, più che con disprezzo, a disagio: «per lo più alla deriva, come eschimesi che guardano una commedia sulla Restaurazione».
Osborne era un ventisettenne al suo esordio. Era in realtà un attore che faticava a trovare la sua strada, e quando qualcuno gli segnalò un annuncio, pubblicato nell’estate del 1955 sulla rivista The Stage, con cui l’English Stage Company chiedeva di ricevere, ai fini di una valutazione e una eventuale rappresentazione, opere di nuove voci, si decise a provare. Scrisse il suo testo su una sedia a sdraio in appena un paio di settimane. Lo spedì, andando a ingrossare l’impressionante numero di candidati, ben 750: «un’infinità merdosa in pentametri giambici», come ebbe a ricordare più tardi Tony Richardson, che avrebbe poi diretto Ricorda con rabbia (non solo in quella versione teatrale ma anche nell’adattamento per il cinema di tre anni successivo).
Richardson e George Devine, direttore dell’English Stage Company, ci misero un attimo a capire che il testo di questo sconosciuto era una spanna, o più, al di sopra di tutti gli altri che stavano valutando, e decisero di andare a scoprire chi fosse questo autore talentuoso. Si trovarono di fronte un attore deluso, separato dalla moglie, e che viveva insieme a un amico su una chiatta attraccata vicino al ponte di Chiswick sul Tamigi.
Il personaggio li incuriosì, ma non si trattava certo di una commedia nel solco della tradizione. E le recensioni del 9 maggio dimostrarono ampiamente che la critica più paludata non riusciva ad allinearsi a una proposta così diversa da tutto quanto era stato messo in scena fino a quel momento. Forse qualcuno dei recensori calcò la mano più del dovuto anche come reazione alla prima battuta delle pièce. In una stanza disordinata, in cui primeggia un’asse da stiro, la scena si apre con Jimmy che getta irritato il giornale a terra ed esordisce con «Ma perché ci casco ogni domenica? Anche le recensioni dei libri sembrano le stesse della settimana scorsa. Altri libri, stesse recensioni».
Nell’estrema sintesi fatta anni più tardi da Fernanda Pivano in un saggio in cui metteva in relazione i suoi amati «beats» americani con gli Angry Young Men inglesi, «il protagonista di Look Back in Anger che ne diventò il portavoce è un plebeo dall’aspetto aggressivo che ha sposato una signora dell’alta società e deride suo cognato descrivendolo così: “Non si sono mai sentiti tanti luoghi comuni uscire da sotto la stessa bombetta[MC1] . È la banalità giunta dallo Spazio… finirà ministro, non c’è dubbio”».
Secondo quei canoni non si salvava il plot («lo studio informe e prolisso di un miserabile inutile e frustrato», secondo la pagina degli spettacoli del Guardian), non si salvava l’ambientazione («indicibilmente squallida e sporca», ancora Ivor Brown), e nemmeno l’attitudine del protagonista, Jimmy Porter: «Possiamo solo sperare che la malattia cronica del continuo lamentarsi di cui soffre si attenui col tempo», scrisse Anthony Cookman sulla rivista Tatler.
Tuttavia, ricorda Osborne nel suo memoir A Better Class of Person del 1981, «c’era qualche sporadica speranza che saremmo stati salvati dai giornali della domenica». E in effetti domenica 13 maggio la musica inizia a cambiare. Sembra uno di quei casi in cui una singola voce si leva rispetto all’opinione più diffusa, e da lì pian piano molte altre finiranno con l’unirsi al coro. La recensione di Kenneth Tynan sull’Observer domenicale definisce Jimmy Porter, il protagonista dell’opera, «il ragazzino presuntuoso più riuscito della nostra letteratura dai tempi di Amleto» e conclude con la previsione che si tratti della «migliore commedia giovane del decennio» (che risulterà addirittura riduttiva rispetto alla longevità del testo). Ma subito prima di emettere quella profezia, Tynan scrive una frase che ha segnato la critica teatrale britannica, al punto che quella recensione positiva di Look Back in Anger è oggi citata nella prima frase della sua bio su Wikipedia, come punto culminante della sua carriera: «Dubito che potrei voler bene a qualcuno che non voglia vedere Ricorda con rabbia».
Quello successo a Ricorda con rabbia non è certo un caso isolato.
Esattamente trentacinque anni prima, il 9 maggio 1921, uno sconcerto non dissimile a quello che accolse Ricorda con rabbia si era manifestato tra il pubblico della prima di Sei personaggi in cerca d’autore, la cui ricezione critica internazionale avrebbe poi contribuito all’assegnazione del Premio Nobel a Luigi Pirandello.
The Shining di Stanley Kubrick fu accolto così dal Los Angeles Times: «Tanto gli spettatori che cercano in Kubrick un significato profondo, quanto quelli che cercano semplicemente un bello spavento, potrebbero rimanere ugualmente delusi». E in maniera non meno glaciale da Variety («Con tutto il materiale a disposizione, il regista Stanley Kubrick si è alleato con il nervoso Jack Nicholson per distruggere tutto ciò che rendeva così terrificante il bestseller di Stephen King».)
Sulla prestigiosa rivista letteraria inglese London Athenaeum, alla sua uscita nel 1851, Moby Dick non fu ricevuto da un comitato di benvenuto più festoso: «Un miscuglio mal composto di elementi romanzeschi e realistici. L’idea di una storia coerente e unitaria sembra aver visitato e poi abbandonato il suo autore più volte nel corso della stesura (…) e il finale è gestito in modo affrettato, debole e confuso».
È famosa la cantonata presa da un Borges ancora dotato di diottrie quando sulla rivista argentina Sur scrisse di Quarto potere che il valore del film di Orson Welles era innegabile, ma nessuno avrebbe mai avuto voglia di rivederlo.
Non è dato sapere se John Osborne poté mai guardare con rabbia a quell’inizio così incerto, dato che ben presto seguì un cambio di rotta nella percezione della sua opera innovativa e dirompente. Il modo in cui lo ricorda nel suo memoir mostra l’immediato passaggio da una fase all’altra: lo vediamo avvicinarsi di nuovo timoroso all’edicola sotto casa, sedersi su una panchina a leggere i giornali della domenica sotto il tiepido sole di maggio. Interruzione di paragrafo, due volte a capo: a mezzogiorno lo vediamo che brinda con grandi boccali di birra insieme a una decina di persone (presumibilmente la compagnia teatrale), mentre George Devine, il direttore del teatro, gli sorride «da dietro una pipa non accesa». Il telefono suona impazzito, prima è Teenan che gli chiede di scrivere una sceneggiatura di Ricorda con rabbia per il cinema, un minuto dopo un produttore di Hollywood vuole vederlo, «con urgenza».
Marco Cassini (1970) ha fondato le case editrici minimum fax (1994) e SUR (2011).
Dirige la Scuola del libro e, con Gianmario Pilo, il festival La grande invasione.
Collabora con Il Post e Lucy sulla cultura. Ha scritto Refusi. Diario di un editore incorreggibile (Laterza 2008); ha curato Fascette oneste. Se gli editori potessero dire la verità (Italo Svevo 2020), ha tradotto Salvo il crepuscolo (SUR 2022) di Julio Cortázar e Fotografie dal mondo perduto di Lawrence Ferlinghetti (SUR 2025).





