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24 Settembre 2026Il mercato non ha il compito di governare: Giorgetti chiama neutralità una scelta su Mps
Pierluigi Piccini
“Il mercato, nella sua capacità di discernere, premierà l’offerta migliore.” Con queste parole il ministro dell’Economia ha spiegato perché il Tesoro non parteciperà all’assemblea di Mps. La parola che conta è “discernere”. È una facoltà del giudizio: distinguere il meglio dal peggio, il giusto dall’ingiusto. Attribuirla al mercato significa trasferirgli una competenza che appartiene alla politica, e farlo con un lessico che suona prudente e istituzionale.
Il mercato una morale ce l’ha, ma è sottile. Senza fiducia e contratti rispettati non esisterebbe alcuno scambio. Questa morale però riguarda la correttezza del gioco, non il suo fine. Il mercato sa dire quale offerta remunera meglio chi oggi detiene le azioni. Non sa dire quale assetto serva al credito delle imprese toscane, all’occupazione, alla continuità di un’istituzione che è anche memoria civile. Non è una colpa: quella domanda non appartiene al suo linguaggio. Conta il capitale, non le persone né i territori, e chi non ha azioni non ha voce.
C’è poi un equivoco più profondo. Il mercato non è un fatto di natura. È un insieme di regole scelte dalla politica: chi vota, con quali quorum, con quali poteri speciali dello Stato. Dire “decide il mercato” nasconde che qualcuno ha già stabilito le condizioni in cui si decide. E l’astensione non è neutra, perché togliersi dal conteggio accresce il peso di chi resta in sala. Non scegliere produce un effetto, e quell’effetto è prevedibile.
Si dirà che lo Stato, azionista e insieme regolatore, deve evitare conflitti di interesse, e che gli impegni con Bruxelles impongono distanza. È un argomento serio, ma cade davanti alla storia recente. Questo governo ha bloccato UniCredit su Banco Bpm, ha sostenuto l’operazione su Mediobanca, ha parlato di un polo nazionale del risparmio. Intervenire quando conviene e invocare il mercato quando non si vuole comparire non è abdicare: è scegliere senza dichiararlo. Ed è peggio, perché sottrae la scelta al giudizio dei cittadini.
Esiste una tradizione di governo che considera il non-agire la forma più alta dell’azione. Ma presuppone che chi governa abbia già dato forma alle condizioni in cui le cose trovano da sole il loro ordine. Non è la rinuncia, è il compimento. La stessa tradizione chiede di chiamare le cose con il loro nome, e chiamare neutralità un’astensione che sposta i rapporti di forza è esattamente ciò che quel principio condanna.
Il sociale, in questo schema, diventa un costo che altri pagheranno dopo: sportelli chiusi, decisioni trasferite altrove, una città privata dell’ultima leva sul proprio credito. La politica esiste proprio per rappresentare ciò che non possiede azioni. Se lascia la sala, nessuno parlerà per il territorio.
Eppure una strada c’era. Restare equidistanti tra le offerte e dichiarare pubblicamente le condizioni valide per chiunque vinca: occupazione, presidio decisionale a Siena, impegni sul credito, ruolo della Fondazione. Il golden power consente prescrizioni, non soltanto veti. Non si sarebbe scelto il vincitore, si sarebbero fissati i limiti entro cui il mercato può discernere. Questo è governare, non assistere.





