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11 Ottobre 2026Electa, collana «Casa come me» Marco Antonio Bazzocchi ricostruisce l’immagine originale del sancta sanctorum di Via Fondazza a Bologna, avvalendosi delle fotografie documentarie di Gianni Berengo Gardin
All’indomani della morte di Giorgio Morandi per la sua casa studio di via Fondazza era iniziata una piccola Odissea. Le tre sorelle, Anna, Ada e Maria Teresa, decidevano di trasferirsi in un’abitazione più comoda nelle vicinanze. L’appartamento veniva destinato dalla famiglia Ricci Signorini, proprietaria dell’edificio, ai custodi, i coniugi Fiorini, che a richiesta facevano vedere la stanza del pittore. Questo fino al 1993. In quell’anno i Ricci Signorini decidevano di ristrutturare l’appartamento. Lo studio era stato minuziosamente smontato sotto lo sguardo attento di Carlo Zucchini, Marilena Pasquali e Lorenza Solleri, alla quale ultima si deve la catalogazione di tutti gli oggetti presenti nella casa. La nuova destinazione dello studio era presso la sede del costituendo Museo Morandi a Palazzo Accursio. La sistemazione non è certo delle migliori visto che nel riallestimento viene sacrificata la grande porta finestra elemento-chiave di quello spazio.
Nel frattempo la sovrintendenza si era allertata trovando una ragione abbastanza rocambolesca per bloccare i lavori in via Fondazza. Nel 1995 la proprietà offriva l’appartamento al comune di Bologna per poco più di 500 milioni di lire. Ci vorranno tre anni per arrivare al voto positivo del Consiglio comunale. E ce ne vorranno altri undici prima che lo studio potesse fare il viaggio di ritorno a Casa Morandi. Che nel frattempo, per via della ristrutturazione avviata, era stata amputata della parte femminile: la stanza di due delle tre sorelle, la cucina e il salotto. Una volta ricollocata al suo posto la stanza-studio è stata messa sotto vetro, con illuminazione artificiale: un po’ come se Morandi fosse stato messo in un acquario.
Per ricostituire l’immagine originale di quella stanza e capirne la funzione cardine nella vicenda dell’artista non restava che cimentarsi in un lavoro di scavo e di narrazione: è quello realizzato con affetto e brillantezza da Marco Antonio Bazzocchi per il primo volume della nuova collana «Casa con me», pensata da Andrea Cortellessa ed Emanuele Trevi per Electa (pp 70,00, euro 14,00). Insieme a quello su Giorgio Morandi è uscito il volume su Casa Einaudi, con testo di Paolo Di Stefano, ed è appena arrivato quello su Carol Rama, a cura di Caterina Sprovieri.
Via Fondazza 32 era stata la casa di Morandi e delle sue tre sorelle dal 1930: si erano trasferiti qui dal numero 10 della stessa via, quando era stato costruito un nuovo edificio davanti alla finestra dell’artista e sempre i Rossi Signorini avevano offerto loro questo appartamento. La stanza-studio aveva trovato la sua collocazione ideale in fondo a sinistra, affacciata su un cortile interno e rivolto a Mezzogiorno: la luce entrava dalla grande porta finestra.
La vista è testimoniata dal capolavoro dipinto nel 1958, con il muro caldo di sole della casa di fronte e lo squarcio di verde in un giardino. L’anno successivo una nuova costruzione avrebbe chiuso quel varco alterando la luce nello studio. Morandi, per rimediare, si era inventato un telaio delle dimensioni precise della finestra: il tessuto bianco gli permetteva di calibrare la luce in modo uniforme. Vediamo quel telaio appeso al muro in uno scatto di Gianni Berengo Gardin, che nell’agosto 1993 era stato chiamato a fotografare tutto il possibile nell’imminenza della dislocazione dello studio.
Quell’indagine minuziosa, riversata in un libro edito in quello stesso anno da Charta con introduzione di Marilena Pasquali, è stata una bussola preziosa per Bazzocchi. Berengo non era stato il primo a esplorare con l’obiettivo la stanza-studio di Morandi. Prima di lui c’erano stati Antonio Masotti, Herbert List, Paolo Ferrari, Michel Folon e Luigi Ghirri (Masotti e List con Morandi ancora vivo). Ma il lavoro del fotografo genovese ora aveva una natura diversa: era concepito come un vero censimento di tutto ciò che lo studio e anche il vicino ripostiglio conteneva. Gli oggetti erano stati portati a uno a uno su un tavolo e messi in posa per essere fotografati da Luciano Calzolari. «Una piccola processione laica», la definisce Bazzocchi: quasi un rito da arte povera…
Dalle immagini di Berengo (ma anche dalla planimetria schizzata da Carlo Zucchini e pubblicata in apertura del libro) si viene a scoprire che l’accesso al sancta sanctorum morandiano avveniva passando per la camera della sorella: un’ulteriore cintura protettiva. Giorgio, con il suo 1,85 di altezza, dormiva un po’ come uno stilita sul sofà appoggiato sulla parete di fondo. Dormiva «in mezzo ai cavalletti e agli oggetti. La comunicazione tra lui e “loro” non si interrompeva mai», annota Bazzocchi. «Una stanza concepita come “un abito tagliato su misura”, una macchina elementare che permetteva all’occhio di osservare gli oggetti da più punti di vista».
A proposito degli oggetti, il censimento di Berengo e Calzolari rende possibile uno scandaglio preciso, come nel caso di quella misteriosa pallina scanalata che era in posa per la tela estrema, rimasta sul cavalletto alla morte di Morandi. È un vecchio sonaglino colorato, forse un giocattolo per bambini, forse un campanellino da mettere al collo di qualche animale: Bazzocchi lo accosta all’Odradek kafkiano, il rocchetto misterioso e semovente al centro del racconto Gli affanni del padre di famiglia. C’è poi il misuratore di semi, altro oggetto anomalo in ferro nero, circolare e con una struttura telescopica. Pare che la sua presenza in casa fosse dovuta a una golosità di Morandi: serviva per il risotto al curry, piatto amatissimo dal maestro. Sfilano le latte di ogni foggia, che compaiono anche in una cartolina che l’artista teneva appesa a un muro. Vi si vede la procedura di rifornimento di un monoplano di inizio Novecento con il carburante travasato nel serbatoio usando recipienti di latta con grandi beccucci come quelli in posa in via Fondazza. È un tocco di ironia, come se Morandi volesse disinnescare quei giudizi critici che attribuivano un eccesso di sacralità alla sua relazione con gli oggetti. Come annota Bazzocchi, lui li fa anche giocare «come i clown di un circo travestendoli di continuo».
C’è un’ossessività affettuosa nella bulimia morandiana: si circondava di questi personaggi inanimati e fuori corso, per affermare che nulla finisce e nulla muore. Qui era riposto il senso del dipingere. Giustamente Francesco Arcangeli sosteneva che per Morandi la casa rappresentava «il perimetro dell’esistere». Con il critico bolognese si era consumata la dolorosissima rottura, a causa della monografia che Morandi aveva disconosciuto e che era uscita emendata l’anno della morte dell’artista. Alla luce di questo episodio commuove un dettaglio colto da Bazzocchi: in una delle fotografie di Berengo si vedono dei biglietti con indirizzi, con due numeri di telefono: uno di questi era di Arcangeli.





