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Il regista Damiano Michieletto parte dall’etimologia: cultura viene da “coltivare”, e quindi non si eredita ma si lavora. Del nonno che arava la terra si eredita il metodo e la memoria, ma la vanga va ripresa in mano ogni volta. La cultura diventa così il lavoro con cui l’essere umano coltiva sé stesso, e da cui dipendono identità e direzione del futuro.
A questa idea contrappone il futuro come oggi viene raccontato, fatto di tecnologia, algoritmi e intelligenza artificiale, costruito su rapidità e comodità. Riprende da Calvino la coppia Mercurio e Vulcano: la velocità e le connessioni da una parte, la pazienza e il lavoro artigianale dall’altra, dove la prima è possibile solo grazie alla seconda. L’esempio è il pianoforte: i tasti sono “a portata di dito”, ma suonarlo richiede tempo, fatica, ripetizione e frustrazione. Per questo rifiuta una scuola all’insegna della velocità e chiede un’istruzione che insegni il valore della fatica.
Il teatro diventa il luogo di questa resistenza, perché il “qui e ora” della presenza fisica di attore e spettatore non si può smaterializzare. Lo mostra il concerto milanese di Anyma: uno spettacolo interamente digitale e preprogrammato, dove però la sola presenza del DJ sul palco cambiava l’esperienza del pubblico. Una presenza umana basta a creare un dialogo, come l’insegnante crea la possibilità di un confronto. Continuiamo a giocare a scacchi tra di noi pur sapendo che il computer è più forte, perché l’imperfezione ci rende umani. E le malattie della mente nascono proprio da isolamento e mancanza di condivisione.
Ne segue un compito politico. I teatri italiani li abbiamo ereditati e appartengono alla collettività, come la Scala, che il Comune di Milano concede gratuitamente alla Fondazione invece di metterla a reddito. Renderli davvero di tutti, però, non significa solo prezzi accessibili. Significa rinnovare i linguaggi: opere contemporanee nei teatri lirici, drammaturgia di oggi nella prosa, danza aperta ai codici attuali. Il teatro è una “casa di democrazia” dove i conflitti prendono corpo, da Medea ad Antigone fino a Figaro e Rigoletto. Ne è prova “Il coro degli amanti” di Tiago Rodrigues al Piccolo: due attori che recitano all’unisono su un palco quasi vuoto, e un pubblico che ne resta conquistato. Rodrigues dirige Avignone, un festival da 47 spettacoli, circa 125.000 biglietti e 17 milioni di budget pubblico, e Michieletto si chiede dove sia in Italia un luogo paragonabile.
In chiusura riformula la domanda di partenza: che ruolo può avere la cultura in un Paese che non fa figli? Distingue la denatalità, che è un fatto demografico, dalla crisi demografica, cioè l’incapacità delle istituzioni di adattarsi a quel fatto. Alla cultura spetta accompagnare la nuova società che si sta formando, sottraendo cittadinanza, legalità e identità alla propaganda elettorale. Al palcoscenico spetta raccontarla.





