Gran viaggiatore, Henri Matisse. Viaggiatore sulle rotte terrestri e più ancora su quelle acquee, dal Sud della Francia all’Algeria, dall’Italia – a quel tempo ancora tappa inevitabile per ogni artista – a Monaco di Baviera – nel 1910, per un’imponente mostra di arte islamica, sua passione da sempre – e di qui in Andalusia, poi a Mosca e subito in Marocco, fino agli Stati Uniti e di lì in Oceania, dove s’innamorò senza scampo di Tahiti, per passare poi dalle Antille e tornare infine, abbagliato da quella natura, a Nizza e alla sua luce mediterranea.
Ma gran viaggiatore anche (e forse persino di più) della mente, perché da ognuno di quei viaggi Matisse (1869-1954) portava con sé stimoli intellettuali e visivi pronti a riaffiorare dalla memoria, insieme a oggetti d’arte e d’artigianato che lo avrebbero accompagnato in ogni trasloco: una «biblioteca di lavoro» la definiva lui.
La questione, scottante tra Otto e Novecento per gli artisti europei più sperimentali, era quella di affrancarsi dalle norme dell’Accademia, che imponevano una riproduzione mimetica della realtà e dei virtuosismi ormai intollerabili, ritrovando un’essenzialità della forma da troppo tempo perduta.
Dove cercare però questa “verginità dello sguardo”? Per tutti loro la risposta venne dalle arti di culture vissute allora come “primigenie”: l’aveva fatto Gauguin, spingendosi in Polinesia, e lo fecero alcuni esponenti delle avanguardie europee del primo Novecento, mentre altri si limitarono a viaggiare virtualmente, collezionando pezzi d’arte extraeuropei e praticando i musei etnografici d’Europa, come il Musée du Trocadéro di Parigi, fonte d’ispirazione per Picasso e per i cubisti con l’arte africana e per Modigliani con la scultura khmer, o il Museo etnologico di Dresda, così amato dagli artisti della Brücke per i suoi reperti polinesiani. Oggi s’impone una domanda: fu uno sguardo “coloniale” il loro? Tutti vissero, certo, nel pieno dell’ultima età coloniale ma nelle loro testimonianze ciò che appare dominante è, se mai, la riconoscenza per la lezione ricevuta da quelle arti. Tanto che Matisse ripeteva «la rivelazione mi è giunta dall’Oriente», intendendo quell’Oriente “dello spirito”, che andava allora dal Nordafrica alla Persia, dalla Cina all’Oceania.
Il viaggio, reale e interiore, è il tema della mostra Matisse. Il mondo in una stanza, promossa dal Comune di Milano con 24 ORE Cultura e il Musée Matisse di Nizza, e curata da Ellen McBreen e Chiara Gatti per il Mudec-Museo delle Culture: un tema dibattuto da tempo ma qui investigato e messo in scena con grande cura e sapienza, riscontrabile nei confronti puntualissimi fra ciò che Matisse vide o collezionò e le opere – dipinti e sculture, disegni, incisioni, libri d’artista – che, in conseguenza, realizzò.
Le curatrici hanno infatti cercato con acribia proprio “quelle” fonti, dalle statuette africane che lui teneva sul caminetto e che gli insegnarono a reinventare le forme del corpo umano, al catalogo (tre massicci tomi, uno esposto qui) della mostra monacense del 1910 sull’arte islamica; dai tessuti congolesi a motivi geometrici che teneva appesi in casa ai caftani ottomani e alle bluse romene della sua collezione, indossati dalle modelle nei dipinti in mostra; dalle Moucharabieh, teli nordafricani ricamati e traforati applicati alle finestre della sua casa, fino ad alcuni degli oggetti d’arte (proprio quelli, rintracciati in diversi musei) che vide nella mostra di Monaco.
Tutti stimoli fusi da Matisse in un personalissimo sincretismo che include anche la frontalità delle icone russe, conosciute da vicino quando nel 1911 fu ospite del grande collezionista moscovita Sergej Ščukin, per cui dipinse i due capolavori La danse e La musique (ora ovviamente blindati nei musei russi) e la fascinazione esercitata su di lui dalla natura lussureggiante della Polinesia: i fiori di Tiaré, carnosi e cerosi, e le alghe, i coralli, i polpi, i pesci che vide nel 1930 a Tahiti e che abiteranno le sue ultime opere, realizzate con i papier découpé, le carte colorate a guazzo e ritagliate con cui, costretto a letto dalla malattia, seppe creare un nuovo, meraviglioso universo di forme galleggianti nel vuoto, come nei due pannelli Océanie: le ciel e Océanie: la terre, 1946, o nelle decorazioni della Cappella del Rosario a Vence (1951) che abitano le sale finali.
L’ordinamento del percorso manifesta limpidamente il progetto che regge la mostra e lo fa con opere di grande qualità, dal dipinto Nu assis de dos, 1918, e i bronzi come La serpentine, 1909, con le loro anatomie “forzate”, ai volti delle modelle predilette, l’italiana Lorette e la francese Jeannette, lei protagonista della sequenza di cinque teste in bronzo realizzate tra il 1910 e il 1913 partendo da un volto e un’acconciatura ancora riconoscibili e passando attraverso cinque stati fino ad arrivare all’incastro di puri volumi globosi che è la quinta testa, antecedente diretta del meraviglioso bronzetto La Tiaré, la metamorfica donna-fiore tahitiana da lui realizzata nel 1930.
E poi dipinti come La famille du peintre, 1911, e Jeunes filles au jardin, 1919, che paiono uscire da una miniatura persiana, con i loro piani piatti e giustapposti, privi di ogni prospettiva, e il bellissimo dipinto brulicante di segni Pianiste à la nature morte, 1923, dove la figura di donna è incorniciata dagli archi traforati di una delle Moucharabieh che adornavano finestre e pareti di casa Matisse.







