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Pierluigi Piccini
La vicenda del PalaOrlandi ha qualcosa di comico, ma il problema non è solo di metodo. L’amministrazione Fabio vuole acquisire l’impianto del Costone emendando il Dup, e la discussione slitta ancora: niente Consiglio del 29 ottobre, niente Commissione Sport. A chiedere le carte è la presidente della Commissione, Silvia Armini, eletta nella lista del sindaco, secondo cui degli atti si è visto poco o nulla. Ma anche quando quegli atti arriveranno, la domanda resterà la stessa: perché comprare?
Un Comune che acquista un impianto sportivo non compra soltanto un edificio. Si assume la manutenzione, i lavori di adeguamento, i consumi, la gestione per i decenni a venire. Il prezzo d’acquisto è la voce più piccola, quella che si vede. Le altre arrivano dopo, nei bilanci degli anni successivi, quando nessuno ricorda più chi ha deciso. E Siena ha già un patrimonio sportivo pubblico che chiede cure e risorse: aggiungerne un altro prima di aver sistemato quello che c’è significa allargare il problema, non risolverlo.
Il calendario lo conferma. Palazzo Pubblico puntava alla firma dal notaio entro il 30 novembre, ma la commissione non ha ancora visto i documenti, non ha ascoltato le associazioni, non ha misurato il costo dei lavori. Fissare la data della firma prima dell’istruttoria dice che la decisione era già presa e che il resto serviva a ratificarla.
La strada giusta la indica, quasi involontariamente, l’Asd Pesistica e Cultura Fisica Siena, che ha ricordato la Palestra Stadio, cinquantacinque anni sotto la gradinata del Franchi, e un piano di riqualificazione a costo zero per la collettività, in parte con risorse proprie. È il modello della collaborazione: il Comune garantisce l’uso pubblico e le regole, le associazioni investono e gestiscono. Lo stesso schema si può applicare al PalaOrlandi, con una convenzione che assicuri l’accesso alle società e alle scuole senza caricare sul Comune la proprietà e i suoi costi.
Prima di comprare, Siena dovrebbe fare una ricognizione seria dei propri impianti: chi li possiede, in che stato sono, chi li usa, quanto costano. Da lì si decide dove intervenire direttamente e dove affidarsi a chi lo sport lo fa ogni giorno. L’acquisto del PalaOrlandi salta questo passaggio e si presenta come un fatto compiuto. Non è una buona politica sportiva, ed è difficile chiamarla buona amministrazione.





