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31 Ottobre 2026Siena rinvia il proprio futuro: la proroga del Piano operativo e un’urbanistica senza visione
di Pierluigi Piccini
Chi ha redatto un piano urbanistico sa che nessuno strumento si attua nei tempi previsti. Le procedure sono lunghe, gli investimenti seguono cicli che la pianificazione non controlla. Le previsioni si confrontano con una realtà che cambia mentre le si scrive. Per questo la proroga del Piano operativo fino al 2032 non è in sé uno scandalo. La legge la consente, e in molti casi è uno strumento ragionevole. La questione è un’altra: a che cosa serve questa proroga, e dentro quale idea di città si colloca.
Un piano non è un elenco di interventi da completare. È una scelta su quale città si vuole diventare: dove abitare, dove lavorare, come muoversi, quale rapporto tenere tra il centro storico e il resto del territorio. Quando Siena ha avuto un piano, alle spalle c’era un’idea, discussa e magari contestata, ma riconoscibile. Oggi la proroga viene motivata con la continuità e il completamento delle opere in corso. Sono parole da gestione ordinaria, non da governo del territorio.
La contraddizione più seria riguarda l’ordine delle cose. La Giunta sta costruendo il nuovo Piano strutturale, lo strumento che dovrebbe disegnare la città dei prossimi decenni. Nello stesso momento fissa per altri cinque anni le regole operative. Il rischio è evidente: la strategia arriverà quando il quadro attuativo sarà già bloccato fino al 2032, e il futuro dovrà adattarsi a ciò che il presente ha deciso di non toccare. Prima si sceglie la direzione, poi si stabiliscono le regole per percorrerla, non il contrario.
Anche il modo in cui viene raccontato il percorso del Piano strutturale merita attenzione. Si contano le riunioni, undici, si affida la metodologia della partecipazione a una società esterna, si annuncia una seduta monotematica. È tutto corretto sul piano formale, ma la partecipazione vale per le domande che apre, non per il numero degli incontri. Dove abiteranno i giovani senesi, in una città che perde residenti e moltiplica gli affitti brevi? Quale ruolo per l’università, per le frazioni, per le periferie cresciute senza un disegno? Come si tiene insieme la tutela del centro con la sua sopravvivenza come luogo vissuto? Su questi nodi l’amministrazione non ha ancora detto una parola chiara.
Lamentarsi della legge regionale, definendola un ostacolo, è una scorciatoia. Le norme pongono limiti, ma un’amministrazione con un progetto forte quei limiti li negozia e li trasforma in cornice. Chi non ha nulla da proporre li usa come alibi.
C’è infine il Santa Maria della Scala, il più grande complesso pubblico della città. Il concorso per il masterplan perde per strada i grandi studi internazionali, e si ripiega su un incarico diretto di modesta entità per ripensare diciottomila metri quadri. Il Santa Maria non è una pratica della Fondazione: è un pezzo di città, forse il luogo dove Siena può ridefinire il rapporto tra memoria, cultura e funzione pubblica. Separarlo dal disegno urbanistico complessivo conferma lo stesso limite.
Amministrare significa lavorare per il tempo lungo. La proroga può essere uno strumento utile, a patto che serva a preparare una scelta e non a rinviarla. Siena non ha bisogno soltanto di continuità: ha bisogno di sapere dove vuole andare.





