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Martedì Israele torna alle urne, e Benjamin Netanyahu ha scelto di arrivarci vestito da comandante in campo. Ieri, dopo l’attacco a un posto di blocco militare all’uscita di Hebron, dove due palestinesi armati hanno ucciso due soldati prima di essere a loro volta colpiti, il premier si è fatto riprendere sul luogo dell’attentato con il giubbotto antiproiettile. Ha ordinato il cordone attorno alla città e la chiusura totale della Cisgiordania fino alle elezioni, ha annunciato che l’esercito entrerà nei quartieri da cui provenivano gli attentatori, evacuerà i residenti e distruggerà le case. Le ruspe sono già al lavoro nella zona di Farsh al-Hawa. Netanyahu ha parlato di un’operazione di dimensioni mai viste dal 1967.
Il paragone dice molto. Quando nel 2002 Sharon lanciò Scudo Difensivo, la più grande operazione nei territori dalla guerra dei Sei giorni, mobilitò decine di migliaia di riservisti. Oggi i numeri contano meno delle immagini: quello che serve è il messaggio. E il messaggio di Netanyahu è uno solo, la paura. Da giorni ripete che l’Iran e i suoi alleati stanno preparando attacchi per condizionare il voto, che se Teheran colpirà “l’Iran brucerà”, che la sua direttiva a esercito e servizi è rovesciare il regime degli ayatollah. Ma è lo stesso esercito a smentirlo: le forze armate hanno fatto sapere di non aver ricevuto alcuna allerta di intelligence sull’attacco di Hebron, e negli ambienti della sicurezza è diffusa la convinzione che non ci sarà alcuna offensiva contro l’Iran prima del voto israeliano né prima delle elezioni americane di metà mandato del 3 novembre.
La guerra con Teheran, cominciata a fine febbraio, non ha prodotto il cambio di regime promesso. Secondo indiscrezioni, Trump avrebbe fermato un nuovo piano israeliano di bombardamenti su centrali elettriche e impianti nucleari. Netanyahu ha smentito di aver chiesto a Washington di colpire prima delle elezioni, ma ha anche detto che, se l’Iran lanciasse missili, la colpa sarebbe comunque data a lui. È la retorica dell’assedio, che da anni gli garantisce la sopravvivenza politica: un paese che si sente circondato tende a stringersi attorno a chi promette di difenderlo, anche quando è stato proprio quel leader a non saperlo proteggere.
Intanto, nei territori dove nessuno vota, succede altro. Le elezioni per il rinnovo dell’Autorità palestinese sono state cancellate, e in Cisgiordania Hamas perde consensi; l’Iran viene percepito da molti palestinesi come una presenza nefasta, e l’economia conta ormai più della religione. Sarebbe uno spazio per la politica, per costruire interlocutori diversi dal fondamentalismo. La chiusura totale, le demolizioni e le punizioni collettive vanno nella direzione opposta: alimentano esattamente ciò che dicono di combattere.
Il voto di martedì dirà se gli israeliani, stanchi di guerra permanente, sceglieranno ancora la sicurezza promessa a colpi di ruspe e minacce o cercheranno un’altra strada. Per l’Europa, che assiste incerta, la posta non è soltanto israeliana: dalla stabilità del Medio Oriente dipendono il prezzo dell’energia e la pace sulle nostre stesse strade.





